venerdì, Aprile 17, 2026

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Forse non ricordare questo film visionario di fantascienza, ma c’è chi lo considera migliore di Matrix

La storia del cinema è piena di film visionari e affascinante che, per una serie di fattori insondabili, non sono riusciti a raggiungere il pubblico che avrebbero meritato. Non è infatti un mistero che alcuni di essi siano usciti nel momento meno favorevole, mentre altri si sono semplicemente scontrati con una concorrenza che non ha lasciato loro scampo.

Tra i casi più noti è impossibile non citare quanto accaduto con Il tredicesimo pianofortediretto da Josef Rusnak e prodotto da Roland Emmerich. Uscito nel 1999, il film ha infatti avuto la sfortuna di arrivare subito dopo Matrice – uno dei film sci-fi più rivoluzionari di sempre – e in contemporanea con un altro peso massimo come eXistenZ.

Insomma, il film di Rusnak sembrerebbe essere arrivato in un momento dove la proposta sc-fi sul grande schermo era già stata fagocitata dall’iconico film con Keanu Reeves, tuttavia ridurlo a una mera variazione sul tema dei titoli sopracitati non significherebbe coglierne la vera natura. Basato sul romanzo Simulacron-3 di Daniel F. Galouye, Il tredicesimo pianoforte è un raffinato neo-noir fantascientifico che preferisce mettere da parte il fattore action per lavorare lo spettatore ai fianchi in maniera ben più sottile.

Come nel più classico noir, la storia si apre con un omicidio. Hannon Fuller, noto programmatore, viene assassinato e lascia l’unica traccia sul proprio delitto all’interno del mondo virtuale da lui creato. Questo è una proiezione di realtà virtuale immersiva ambientata nella Los Angeles del 1937 nella quale ogni giocatore, dopo aver impersonato un alter ego, interagisce con gli altri personaggi creati da unità cibernetiche che li rendono esseri pensanti, i quali tuttavia non ricordano nulla di ciò che hanno fatto nel lasso di tempo in cui vengono usati dai giocatori reali, attribuendo ciò ad una temporanea perdita di memoria. Tuttavia, dopo l’assassinio di Fuller, il collega Douglas Hall non esiterà a lanciarsi nel bel mezzo di un’indagine che metterà in discussione non solo la natura della realtà che lo circonda, ma anche la propria identità.

Una differenza di Matriceche costruisce un conflitto epico tra uomo e macchina, Il tredicesimo pianoforte sceglie una strada più inquietante e, per certi versi, più realistica, mettendo in risalto come il vero pericolo non sia rappresentato dalla tecnologia, ma bensì dall’uso che ne fanno gli esseri umani. La realtà virtuale diventa così una spazio di impunitàdove desideri e impulsi repressi possono emergere senza conseguenze apparenti. In questo contesto, spicca la performance di Vincenzo D’Onofrioimpegnato in un doppio ruolo che incarna perfettamente lo smarrimento esistenziale al centro del film. Il suo personaggio attraversa una crisi devastante nel momento in cui comprende che il mondo in cui vive potrebbe non essere reale, dando vita a una delle riflessioni più potenti dell’intera pellicola.

Dal punto di vista estetico, il film si muove tra atmosfere cupe e malinconiche, richiamando apertamente l’eredità di Blade Runner e dialogando idealmente con l’altrettanto sottovalutato Città Oscura. Ma sotto la superficie stilistica si nasconde un impianto filosofico sorprendentemente solidoche affonda le radici nel pensiero di René Descartes e nelle riflessioni sull’illusione e sulla natura della realtà. Non a caso, anche il filosofo Slavoj Žižek ha elogiato le idee del film, ritenendole per certi versi più interessanti rispetto a quelle di Matrice. Un riconoscimento che, col senno di poi, appare tutt’altro che esagerato.

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Foto: MovieStillsDB

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