La primissima scena di Giorno della divulgazionedal 10 giugno 2026 al cinema con Universal Pictures, chiarisce subito la posizione di Steven Spielberg. Il film non comincia davvero dall’inizio, non si preoccupa di accompagnare lo spettatore per mano dentro il mistero e non costruisce il suo mondo come se fosse la prima volta che sentiamo parlare di alieni, governi, documenti riservati e verità nascoste. Parte in medias res, dentro una realtà già contaminata dal sospetto, dove l’idea del disvelamento non appartiene più soltanto alla fantascienza ma al nostro presente. È una scelta molto precisa, perché Spielberg non sta semplicemente tornando agli alieni: sta proseguendo un discorso aperto quasi cinquant’anni fa con Incontri ravvicinati del terzo tipopassato attraverso la tenerezza di ET l’extraterrestre e poi incrinato, in modo brutale, dalla paura post 11 settembre di La guerra dei mondi.
In questo nuovo capitolo, però, l’alieno non è più soltanto ciò che appare nel cielo, ciò che entra in casa o ciò che devasta il mondo. È soprattutto una verità da gestire. Da svelare o da trattenere. Da consegnare all’umanità oppure da nascondere per paura che l’umanità non sia pronta a farla propria. Giorno della divulgazione arriva in anni in cui il dibattito sull’UAPsui documenti declassificati, sulle audizioni al Congresso americano e sui rapporto della NASA e Pentagono ha riportato gli UFO fuori dalla pura leggenda popolare. Uno come Spielberg non poteva certamente rimanere indifferente a tutto questo, quindi prende quel clima e lo trasforma in cinema, senza fare del film una ricostruzione realistica o un thriller documentario. Gli interessa il corto circuito tra ciò che sappiamo, ciò che crediamo di sapere e ciò che vorremmo ci fosse finalmente mostrato.
La trama ruota attorno a Daniel, interpretato da Josh O’Connoresperto di cybersicurezza entrato in possesso di prove governative tenute segrete su una lunga storia di incontri alieni. Da quel momento diventa un uomo in fuga, braccato da chi vuole impedisce che la verità venga rivelata e sostenuto da chi invece ha costruito attorno alla divulgazione una battaglia politica, civile, a tratti persino religiosa. Colin Firth incarna il volto del potere che trattiene l’informazione, Colman Domingo quello di un movimento che pretende di renderla pubblica, mentre Emily Blunt interpreta Margaret Fairchild, meteorologa coinvolta in un evento misterioso che passa attraverso il suo corpo e la sua voce. In mezzo, come spesso accade nel cinema di Spielberg, non c’è solo la domanda “che cosa sta succedendo?”, ma un interrogativo più profondo: che cosa siamo disposti a diventare quando scopriamo qualcosa che ci obbliga a cambiare ciò che sappiamo di noi stessi?
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Giorno della divulgazione è un film che più spielberghiano non si può. La verità al centro del film non è una verità qualsiasi: ha qualcosa di messianico, perché arriva come promessa di trasformazione, come possibilità di superare un limite umano prima ancora che scientifico. Il film parla di amore, di gentilezza e soprattutto di empatiaparola che attraversa la storia non come ornamento sentimentale ma come chiave morale. Per Spielberg, oggi, conoscere l’altro non significa soltanto riconoscerne l’esistenza. Significa fare uno sforzo ulteriore, provare a occupare il suo punto di vista, accettare che il contatto non sia mai un atto neutro ma una responsabilità. In questo senso, il bambino che incontrava l’alieno in ET l’extraterrestre è diventato adulto. Elliott poteva affidarsi all’istinto, alla purezza infantile, a una forma immediata di simpatia verso la creatura perduta. Gli adulti di Giorno della divulgazioneinvece, devono conquistare quella possibilità. Devono attraversare paura, diffidenza, calcolo politico, xenofobia, panico collettivo. Devo imparare che l’altro non si capisce davvero restando al sicuro dentro la propria prospettiva. Il film lo dice dentro uno scenario apertamente politico: sullo sfondo ci sono tensioni globali, l’ombra di una guerra mondiale, la Corea del Nord pronta a lanciare testate, il trattato di Schengen sospeso, confini che tornano a chiudersi mentre la paura dell’estraneo diventa linguaggio comune.
Da questo punto di vista, Giorno della divulgazione dialoga in modo sorprendente anche con Pluribusla serie di Vince Gilligan, come se il tema dell’empatia fosse diventato, in questa fase della fantascienza popolare, qualcosa di urgente e pressante. La serie ragiona su un’umanità trasformata da una forma di connessione assolutain cui il conflitto sembra dissolversi insieme all’individualità; Spielberg, al contrario, non immagina una fusione collettiva, ma un contatto che costringe ciascuno a restare sé stesso e, proprio per questo, a fare lo sforzo più difficile: capire davvero l’altro senza annullarlo. In entrambi i casi, il nodo non è semplicemente alieno, tecnologico o apocalittico. È morale. Che cosa resta dell’umano quando la paura dell’altro diventa il principale motore politico e sociale? E quanto siamo disposti a perdere, oa cambiare, pur di non restare chiusi dentro la nostra solitudine?
Spielberg usa ancora una volta l’alieno per parlare degli esseri umani. La minaccia non sta soltanto là fuori, nel cielo o nello spazio, ma nel modo in cui reagiamo a ciò che non conosciamo. Giorno della divulgazione è un film sulla paura dell’altro, sulla tentazione di trasformarla in difesa, controllo, esclusione. È anche, senza nasconderlo troppo, un film sulla necessità di non arrendersi a quella paura. Il messaggio può sembrare semplice, persino elementare, ma Spielberg ha spesso costruito il suo cinema migliore su idee primarie, rese potenti dalla precisione dello sguardo, dalla gestione dello spazio, dalla direzione degli attori, dalla capacità di trasformare un’immagine in emozione condivisa.
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Da questo punto di vista, Giorno della divulgazione è pieno di Spielberg. C’è lo stupore dei volti che guardano qualcosa fuori campo prima ancora che lo spettatore possa vederlo (la leggendaria Spielberg Face). C’è quel senso di meraviglia costruito non solo sugli effetti visivi, ma sull’attesa, sui silenzi, sulla posizione dei corpi davanti all’ignoto. C’è la musica di John Williamsmagnifica nel riprendere il respiro classico dell’avventura senza limitarsi alla nostalgia. C’è la fiducia nel cinema come esperienza collettiva, nel movimento della macchina da presa, nella forza di una sequenza pensata per farci tornare, anche solo per un momento, a quello stupore infantile che Spielberg conosce meglio di quasi chiunque altro. E sì, c’è purtroppo anche una animale CGI non sicuramente eccelsa, ma questo è un limite apparentemente insuperabile, per ora. Non tutto funziona con la stessa pulizia, infatti: Giorno della divulgazione è un film generoso, forse anche troppo. Accumula fughe, informazioni, rivelazioni parziali, svolte politiche, tensioni familiari e suggerimenti spirituali con un’abbondanza che a tratti rischia di appesantire il racconto. La torta ha il sapore dell’infanzia, e quel sapore continua a essere irresistibile, ma stavolta qualche strato è più sbrodolato del solito. Spielberg tiene insieme moltissimo grazie alla sua maestria, ma non sempre riesce a nascondere le cuciture di un film che vuole essere thriller, racconto alieno, parabola umanista e commento sul presente.
Il finale, in particolare, dividerà. Non perché tradisca il film, come recentemente fatto ad esempio da Yorgos Lanthimnos con Bugonia (altro film che ha strizzato l’occhio alle teorie complottiste) ma perché ne conferma fino in fondo la scelta più rischiosa: Giorno della divulgazione non è davvero interessato a offrire risposte nette. Chi cerca una chiusura esplicativa, un grande scioglimento sul mistero alieno o una rivelazione capace di mettere ordine in tutto potrebbe uscirne frustrato. Spielberg e David Koepp sembrano più attrae dalla domanda che dalla risposta. Non tanto “che cosa faremmo se potessimo svelare la verità sugli alieni?”, quanto “che cosa dice di noi il bisogno di inseguire quella verità?”. È un taglio che può risultare insoddisfacente, ma appartiene a un autore che non ha mai usato gli alieni solo per parlare degli alieni. In Giorno della divulgazione l’ignoto resta soprattutto una spinta evolutiva. L’essere umano guarda verso il cielo perché è biologicamente, emotivamente, culturalmente portato a cercare ciò che non conosce. Lo spazio e gli extraterrestri continuano a essere il mistero più grande perché resistono alla nostra fama di spiegazioni, perché ci costringono a immaginare che esista qualcosa oltre il confine delle nostre abitudini, delle nostre paure, della nostra identità.
Il film non avrà per tutti la purezza di ET l’extraterrestrela potenza visionaria di Incontri ravvicinati del terzo tipo o la durezza traumatica di La guerra dei mondi. È più irregolare, più affollato, forse meno perfetto. Ma dentro le sue imperfezioni resta un’opera profondamente coerente con il cinema di Spielberg. Un film che prende la paura contemporanea del diverso e la trasforma in una richiesta di empatia. Che guarda agli alieni per parlarci della nostra incapacità di ascoltarci. Che torna alla fantascienza non per chiudere un cerchio, ma per domandarsi se siamo ancora capaci di aprirlo. Preferisce rimettere al centro il desiderio, la curiosità, l’inquietudine, la possibilità che il mistero sia ancora uno dei motori più potenti del cinema e dell’esperienza umana. È un film più tenero che perfetto, più convincente che misurato, più generoso che compatto. Ma quando Spielberg alza di nuovo gli occhi al cielo, anche con qualche eccesso, il cinema ritrova una lingua che conosce benissimo: quella dello stupore.
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