La cerimonia di chiusura del Festival di Cannes è il momento in cui i film esistono per tutti. La Palma d’Oro a Fjord di Mungiu, il Grand Prix a Minotaur di Zvyagintsev, il premio alla regia a Pawlikowski per Fatherland e ai Los Javis per The Black Ball: per qualche ora, questi titoli lavorano i titoli di giornali e siti di tutto il mondo. Poi la bolla si sgonfia, e comincia il lavoro vero.
Il problema della distribuzione
Il cinema d’autore premiato a Cannes vive storicamente un paradosso: più un film è premiato, più è discusso, più è difficile vederlo in sala. La Palma d’Oro garantisce visibilità mediatica, ma non garantisce distribuzione capillare. In Italia, i film vincitori dei premi principali arrivano spesso nelle vendite con settimane o mesi di ritardo, in un numero limitato di copie, concentrati nelle grandi città e nelle sale d’essai. Chi non abita a Milano, Roma, Torino o Bologna spesso non ha altra scelta che aspettare una piattaforma streaming — ammesso che il film arriva su una piattaforma accessibile in Italia.
Fiordo di Mungiu è un caso emblematico: i diritti americani sono di Neon, che ha una strategia distributiva solida negli USA. Ma in l’Europa, e in particolare per l’Italia, i tempi e le modalità di uscita sono ancora da definire.
Minotauro di Zvyagintsev — probabilmente il film più apprezzato dalla critica di questa edizione — è prodotto da un regista russo in esilio, con tutte le dipendenze distributive che questo comporta. Fatherland di Pawlikowski ha un cast europeo di qualità (Sandra Hüller, Hanns Zischler) e un tema — il ritorno di Thomas Mann in Germania nel dopoguerra — che dovrebbe interessare il pubblico italiano colto. Ma interesse e disponibilità in sala non coincidono quasi mai.
LEGGI ANCHE – La serata finale del Festival di Cannes, le premiazioni

Cannes, quello che funziona e quello che non funziona
Il dato più interessante degli ultimi anni è la crescita di piattaforme come MUBI nel ruolo di distributore del cinema d’autore. MUBI ha acquisito diritti di diversi film da festival, rendendoli accessibili in streaming con tempistiche molto più rapide rispetto alla distribuzione tradizionale. È un modello che funziona per la nicchia di pubblico già convertita — cinefili, abbonati consapevoli — ma che non risolve il problema della sala.
La sala cinematografica ha ancora un valore che lo streaming non può replicare: l’esperienza collettiva, l’impossibilità di mettere in pausa, la concentrazione totale. Per i film che Cannes premia, quella concentrazione è spesso la condizione necessaria per funzionare. Fjord di Mungiu — con i suoi piani sequenze lunghe, il ritmo procedurale, i silenzi — è un film che chiede al pubblico di starci dentro. È difficile farlo da un divano, con le notifiche del telefono.
La vera sfida del dopo-Cannes non è trovare un distributore. È convincere il pubblico che vale la pena uscire di casa per vedere qualcosa che non ha i crismi del blockbuster. In Italia questo pubblico esiste. Non è sempre facile intercettarlo.


