mercoledì, Giugno 10, 2026

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Cosa resta di Galeano – la Repubblica

Quando undici anni fa Eduardo Galeano morì, Gianni Mura si chiese su questo giornale a cosa sarebbe ancora servito, in definitiva, leggerlo. A non smettere di sognare, si rispose, a non smettere di lottare e di stare dalle parti del cuore. Perché Galeano “credeva nella grandiosità delle piccole cose” scrisse, lui che si definiva mendicante di bellezza, ossessionato dalla memoria, affascinato dal calcio e dalla sua storia triste, passata nel tempo dal piacere al dovere. Il suo atto d’amore per questo gioco, Splendori e miserie del gioco del calcioè tornato in libreria per Sur in questi giorni con una nuova traduzione di Fabrizio Gabrielli e due testi inediti di Federico Buffa e Darwin Pastorin, incaricati di riempire le pagine mancanti, i Mondiali che il Mendicante non ha poté vedere: Russia 2018 e Qatar 2022. Buffa dispone il materiale come un grande bandoneón pieno di luci e ombre. Intorno a Mbappé, Modrić o Maradona in tribuna, ci sono Putin e la Crimea, bin Salman e Khashoggi, la stazione spaziale ei gilet gialli. Pastorin sceglie un’altra strada e fa del torneo in Qatar la fine del calcio romantico vista da chi non si riconosce più nello spettacolo. È sincero, toccante y final (in questo caso siamo a Soriano). Buffa prova a rianimare Galeano in panchina, Pastorin gli porta dei fiori e una lettera d’addio.

Ora che un altro Mondiale è alle porte, la vecchia questione posta da Mura torna attuale: perché tornare da Galeano? Per il punto di vista, prima di tutto. Per guardare il calcio non come un posto separato del mondo, ma come un luogo dove il mondo si concentra, con il potere e il denaro, le patrie e le classi sociali, ma pure con i desideri, il recupero dell’infanzia, il rigetto delle ingiustizie, quella misteriosa e indefinibile voglia di bellezza. Sembrano cornici, invece sono dentro il pallone.

Questo sguardo è vivo, forse serve più di prima, perché il calcio contemporaneo tende a presentarsi a volte come una merce senza storia. Tornare a Galeano e alle sue pagine vuol dire continuare a tenere insieme l’incanto e la denuncia. È la cosa più difficile e preziosa, stare nel mezzo, senza rigettare il gioco per le sue avarie e senza perdonare le avarie perché ci piace il gioco.

Galeano non era ingenuo. Sapeva che il calcio è sfruttamento e grazia, business e infanzia, propaganda e poesia. Tornare a Galeano significa non scegliere la mezza porzione, restando dentro il conflitto irrisolvibile tra la cieca nostalgia e la purezza moralista.

L’altro tratto attuale è la sua misura breve, il racconto per miniatura. Galeano aveva intuito che il calcio si capisce meglio per frammenti. Si può ancora scrivere di calcio così, per schegge e per lampi, non imitando il suo stile, sarebbe sciocco, ma custodendo la sua fiducia nel fatto che un dettaglio sa contenere un’epoca.

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