Houston – Houstonazo non avrebbe suonato bene, sarà per quello che i brasiliani, che vivono con la musica nell’anima, si sono ostinatamente sottratti alla gogna infernale di un’altra umiliazione epocale, perché non era mai successo che la Seleção venne eliminata con ancora sedici squadre in corsa. Infine non è successo nemmeno nello stadio con l’aria condizionata e il bollente Texas attorno: il Brasile ha piegato il Giappone cinque minuti oltre il novantesimo dopo la lunga paura di non saperlo nemmeno stropicciare. Poi ha cucinato una miscela di idee, sentimenti, orgoglio e fantasia che l’ha tirata fuori da una possibile storica umiliazione.
Brasile di fede, magia e passione. Ma niente Jogo bonito
Il Brasile è stato brasiliano nella fede nella magia, che di sicuro l’ha aiutato. Nella passione, anche. L’allegria, la sua naturale allegria, non ha invece mai saputo cosa fosse, qui non c’è traccia di jogo bonito, ma alla fine la vittoria è venuta sulle tracce della tecnica pura ed è in quel momento – assist visionario di Bruno Guimarães, pennellata raffinata di Martinelli nell’angolino, palo-gol – che il Brasile si è riconciliato con sé stesso, buttandosi nelle braccia del non molto talento che ha portato qui con sé. Ma le premesse della rimonta erano state di altra natura, ancelottiane se vogliamo: i verde-oro si sono sbarazzati del pensiero malsano di essere sbaragliati dal Giappone, che avevano dolorosamente maturato per tutta la seconda parte del primo tempo vedendo i nipponici pressare come ossessi e ripartire come felini, aggrappandosi a qualche lampo di classe di Vinicius, al fervore dell’insistenza e soprattutto all’orgoglio.
Le intuizioni di Ancelotti
Alla base di tutto ci sono però, come sempre, il calcio e le capacità di chi lo conosce: se il pareggio l’ha segnato Casemiro di testa (croce dell’avanzante Gabriel), è perché dopo l’intervallo Ancelotti gli ha detto di andarsi a arrivare là a fare il centravanti di stazza, figura che il Brasile non ha e che i piccolitti del Giappone (soltanto Suzuki ha giganteggiato sulle palle alte) avrebbero patito: tac. D’altronde Casemiro a centrocampo era stato (è) una sciagura, la scena di lui che arranca dietro Sano, partito da metà campo (su passaggio sbagliato di Danilo) e arrivato fino all’area per il tiro dello 0-1, è impietosa (Sano, per inciso, due anni fa si è fatto quindici giorni di galera per stupro, poi ha chiesto scusa ed è uscito).
Finalmente Endrick
È questa la materia prima che Carletto ha e con cui cerca di arrangiarsi. La partita l’ha vinta anche grazie ai cambi, un paio però obbligati: Paquetà si è infortunato alla fine del primo tempo, Casemiro del secondo. Carletto ha avuto il coraggio di mettere Endrick, che un po’ di caos l’ha creato, ma soprattutto di togliere l’ipotetico centravanti Matheus Cunha giocando senza, puntando sugli inserimenti, sulla capacità di quei pochi che sanno infilare spazi minimi con precisione massima. Il cuore ha battuto forte, dopo quel primo tempo in catalessi, e si è coordinato con altre facoltà. In fondo sarebbe stato emozionante meno se a decidere fosse stata la sensazionale azione di Vinicius al 13′ st: un tunnel, due dribbling e un tocco impossibile d’esterno che ha obbligatorio il pallone a baciare il palo interno. Lo stesso palo che alla fine, invece, il bacio di Martinelli lo restituirà.


