Lucia Calamarodopo aver collaborato di recente con Paolo Genovese alla sceneggiatura di FolleMenteun film campione d’incassi per quel che riguarda il cinema italiano, fa il suo esordio alla macchina da presa con un’ammissione: la storia che racconta è ispirata da una vicenda realmente accaduta. Una notizia di qualche tempo fa riguardante un super-verme, così venne definita dagli organi di stampa, riportata in vita a scopo scientifico e di ricerca dopo essere stato ibernato 46.000 anni nel ghiaccio. Questo concetto di eternità relativa la regista lo ha trasformato nel soggetto del suo film: “Se un verme tra i ghiacci ha attraversato il tempo – sottolinea Calamaro – può farlo anche l’uomo.Almeno può provarci”.
Antartide – Quasi una fiaba parlaa modo suo, proprio di questi tentativi. Le prove che l’essere umano affronta per cercare di lasciare un segno. Quasi come se, tra 46.000 anni, idealmente, ciascuno di noi poteva lasciare un segno per i posteri. Quali sarebbero le nostre tracce? La domanda si insinua nello spettatore in maniera originale e anche un po’ provocatoria attraverso le vicende che riguardano Fulvio Cardonaa capo di un progetto scientifico tra i ghiacci.
Lucia Calamaro alla sua opera prima
L’uomo, interpretato da Silvio Orlandolavora alacremente e riesce anche a determinare delle prove importanti per la ricerca scientifica e la nuova frontiera delle indagini relative alla resistenza umana. Fattori che potrebbero stabilire anche nuove cure e possibilità in ambito medico-sanitario. Maria (Barbara Ronchi), scienziata schiva e geniale per cui Fulvio ha un debole, mette in crisi le ambizioni e le prospettive di lavoro del capo di ricerca.

Gli scienziati all’interno della base cercano di portare avanti il proprio lavoro in maniera consapevole e assennata, ma la burocrazia ei richiami costanti dai palazzi del potere imperversano. Servono risultati in tempo reale per continuare a ricevere finanziamenti, altrimenti i fondi per la ricerca (e per questo progetto specifico) verranno tagliati. Etica contro indagine. Necessità contro virtù. Proprio su questo eterno dilemma si basa l’intero film: continuare a lavorare (e indagare) con la stessa calma e cura o forzare la mano per avere un primo risultato a scapito del progetto generale?
La ricerca scientifica nella società contemporanea
Domande che ogni ricercatore (e più ampiamente) ogni essere umano è costretto a porsi per cercare di sopravvivere. Non al pari di un verme tra i ghiacci, ma quasi. La scoperta inaspettata di Maria e Rita (interpretata da Valentina Bellè) sovvertirà ogni equilibrio all’interno del gruppo di ricerca dando vita a un conflitto ideologico che rimetterà in discussione ogni rapporto tra dinamiche di lavoro e ripercussioni affettive. Una storia che intreccia morale e sentimenti con sapienza e perfezione.
Antartica – Quasi una fiaba si prende il suo tempo anche nella narrazione. Il ritmo è sostenuto, non forsennato. Non c’è l’esigenza di serrare i tempi proprio perchè è tutto ambientato in un microcosmo che è la metafora della società: dal particolare, un gruppo di ricercatori che vuole ritrovare certezze emotive e professionali, al generale. Tutti noi che, secondo la regista, siamo alla ricerca di qualcosa che permette di ritrovare il nostro centro. Un particolare, una caratteristica, un tratto distintivo che potrà determinarci anche quando non ci saremo più. Cosa siamo, ma soprattutto cosa siamo stati?
Hic et nunc
Un dilemma esistenziale che Calamaro pone con sapienza e garbo, relativa leggerezza in alcuni tratti del film, che richiama la profondità dei singoli interpretati. Antartica – Quasi una fiaba è anche un’opera che affronta l’esigenza di ristabilire dei confini. Non solo sul piano territoriale, ma anche sul piano dello sviluppo circostante. Nessuno, a partire dai ricercatori e dalla ricerca scientifica, lavora per l’avvenire. Si pensa esclusivamente all’oggi: hic et nunc. Qui è ora. Un concetto apprezzabile quando si deve far conto con i rimpianti e qualche rimorso, ma se in ballo c’è il futuro dell’esistenza il discorso deve cambiare.
Siamo tutti di passaggio e questo passare deve permettere di lasciare il campo a quelli che verranno nel miglior modo possibile. Allora, l’altra domanda che si stacca all’interno del film è: stiamo facendo, come umanità, del nostro meglio per lasciare il mondo in condizioni migliori di come l’abbiamo trovato? L’opera in questione, così come l’approccio di Lucia Calamaro, non vuole sputare frasi. Semmai il suo, nell’arco di 93 minuti, è solo un costante invito alla riflessione.
Il peso e la responsabilità delle scelte
Lo spettatore, al termine della visione, è chiamato – suo malgrado – a farsi un esame di coscienza. Nella maniera più serena e profonda possibile. Antartide – Quasi una fiaba è un film che lascia il segno per quel che racconta, ma soprattutto per quel che non ha detto concretamente. Lo ha, però, lasciato intendere senza via di scampo.
Tutti, nel nostro piccolo, stiamo aspettando un lieto fine. Se arriverà oppure no, dipende solo da noi. Antartide è un lungometraggio sul peso e la responsabilità delle scelteda cui è davvero impossibile scappare. Un conto che, prima o poi, tutti siamo chiamati a riscuotere.

