mercoledì, Giugno 10, 2026

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Carlo Petrini è morto, addio al fondatore di Slow Food

L’ostetrica che fece nascere Carlo Petrini si chiamava Gola: un piccolo segno del destino, quasi una premonizione piemontese, ironica e contadina insieme. Perché in effetti tutta la sua vita sarebbe ruotata attorno al gusto, al cibo, al piacere della tavola, ma sempre intesi come qualcosa di infinitamente più profondo della semplice gastronomia.

“Il compito esistenziale più alto – sosteneva – è ritrovare connessioni: tra uomo e natura, tra memoria e futuro, tra ciò che prendiamo dalla terra e ciò che siamo capaci di restituirle”. Era questa la vera architettura morale del suo pensiero. Un pensiero che non parlava soltanto di agricoltura o cucina, ma di redenzione della Terra attraverso la responsabilità individuale e collettiva.

Amava citare un proverbio contadino coreano: “L’armonia della vita si ha quando si pratica la semina”. E spiegava che nel raccolto dei frutti bisognerebbe sempre ricordarsi di dividerli in tre parti: uno per sé, uno da condividere con gli altri, il terzo da restituire alla terra. In quella immagine semplice c’era tutto Petrini: la critica a un mondo fondato sull’accumulo, l’idea che la generosità sia una forma di intelligenza, la convinzione che trattenere tutto per sé produce soltanto una falsa ricchezza. “Non condividere rende poveri”, ripeteva spesso, con quella sua capacità di trasformare la sapienza contadina in pensiero universale.

Nato a Bra nel 1949, Petrini è stato fondatore e presidente internazionale di Slow Food. Ha ideato il Salone del Gusto di Torino, la rete di Terra Madre e – rivoluzionaria in termini di interdisciplinarità allora – l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, intuendo prima di molti altri che il cibo sarebbe diventato una delle grandi questioni culturali, politiche e ambientali del nostro tempo. Nel 2013 ricevette dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente il premio “Campione della Terra”, uno dei massimi riconoscimenti internazionali in campo ambientale.

Celebrare la lentezza, in un Paese che ha trasformato tutto in velocità, performance e consumo, sembrava quasi una provocazione. E invece Petrini aveva capito molto prima degli altri che il cibo non è soltanto nutrimento o identità: è un modo di stare al mondo. E forse proprio per questo la sua voce mancherà ben oltre i confini della cucina.

Con Slow Food, Terra Madre, Cheese e il Salone del Gusto ha fatto qualcosa che sembrava impossibile: trasformare il cibo in un linguaggio universale senza separarlo dalla terra, dai contadini, dalle tradizioni e perfino dalla politica. Ha preso parole che parevano incompatibili come piacere, etica, agricoltura, felicità, e le ha rimesse un accanto all’altra come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Parlava di vino (vedi l’amato Pignolo, uno dei preferiti tra i non piemontesi), semi, formaggi, biodiversità, ma in realtà parlava sempre di civiltà. Aveva intuito prima di molti che la distruzione della biodiversità non era soltanto un problema ambientale, ma culturale e perfino spirituale. E che il sapere contadino custodisse una forma di intelligenza che la modernità stava liquidando con troppa fretta.

La sua formula — “buono, pulito e giusto” — rischiava di sembrare uno slogan. In realtà era un programma morale. Nel pensiero di Petrini il gusto non era mai frivolo: era una presa di posizione contro l’omologazione, contro l’avidità, contro l’illusione che la Terra fosse una risorsa inesauribile. Persino la lentezza, nelle sue parole, non aveva nulla di nostalgico: era un atto di resistenza.

Aveva qualcosa dei grandi narratori piemontesi: quella capacità di passare dalla tavola alla filosofia senza cambiare tono. Poteva citare Papa Francesco, un proverbio coreano, Jean Giono o una ricetta della nonna con la stessa naturalezza. E in libri come Terra Madre. Come non farci mangiare dal cibo, Buono, pulito e giusto o Un’idea di felicità ha lasciato una riflessione che andava ben oltre la gastronomia, toccando il rapporto tra felicità, giustizia sociale, ambiente e comunità.

Oggi che il mondo gastronomico parla continuamente di sostenibilità, filiera, agricoltura rigenerativa, biodiversità ed educazione alimentare, bisognerebbe ricordare che molte di queste parole sono diventate patrimonio comune anche grazie a lui. Prima che fossero mode, Petrini le aveva già trasformate in pensiero.

E forse il suo lascito più grande è proprio questo: averci ricordato che mangiare non è mai un gesto neutro. È un atto agricolo, culturale, sociale, perfino affettivo. In fondo Carlo Petrini ha trascorso la vita tentando di insegnarci una cosa semplicissima e rivoluzionaria: che la Terra non si eredita, si custodisce.

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