A quasi due anni dai click day del 2024, che sulla carta prometteva 146.850 ingressi programmatii permessi di soggiorno in via di rilascio sono 24.858. Traduzione: un tasso di successo che raggiunge a stento il 16,9 per cento e in soldini significa che solo 17 persone su 100, entrate regolarmente in Italia per lavorare, sono riuscite effettivamente a farlo ea ottenere un documento valido. E di certo non per colpa loro: è il sistema – lento, inefficace e inefficiente – a condannare migliaia di persone all’irregolarità.
È questo il dato che emerge dal quarto rapporto annuale “Io ero straniero”, campagna promossa da A Buon Diritto, ActionAid, ASGI, Federazione Chiese Evangeliche Italiane, Oxfam, Arci, CNCA, CILD, basato sui dati ottenuti dai ministeri competenti (Interno, Lavoro e MAECI) e dalla Presidenza del Consiglio. Numeri reali dunque, che raccontano un fallimento che inizia fin dai primi step del percorso, visti e nulla osta.
Sistema inefficace e inefficiente
Per il 2024, sulle quote programmate – cioè i lavoratori stimati come necessari – meno della metà ha ricevuto il nulla osta emessi, e nella fase successiva, solo il 48,5 per centoquel documento si è trasformato in un visto. Per il 2025 i dati delle conversioni sembrano mostrare un miglioramento, con 32.968 visti rilasciati, pari al 66,25% dei nulla osta. Ma si tratta di un dato “bugiardo”: su 181.450 ingressi previsti, sono stati rilasciati solo 49.762 nulla osta, che poi sono diventati solo 35.287 visite. In 10.611 le pratiche hanno avuto esito negativo, altre 4.171 risultano pendenti. Per le associazioni che hanno curato il dossier, si tratta di risultati direttamente collegati alla decisione del governo di intensificare i controlli in fase pre-istruttoria verso i quattro Paesi ritenuti “a rischio”: Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka e Marocco. Le domande pendenti – dicono i dati – rappresentano il 90% del totale. Secondo la legge, le citazioni dovrebbero essere ridistribuite, ma nel concreto questo – denuncia il dossier – non succede mai.
Il lavoro che non c’è
Lo passo successivo è la conversione del visto in permesso di lavoro che prevede che il lavoratore si presenti in Prefettura, accompagnato dal futuro capo. Problema, all’arrivo capita spesso l’imprenditore non si presenti o addirittura non esista, non abbia i documenti contabili in regola o l’azienda non sia in grado di documentare la sostenibilità di un’assunzione o non esiste più, le condizioni del contratto non sono quelle previste. E del problema si deve far carico il lavoratore appena arrivato in un Paese che non conosce, mentre nessuna sanzione è prevista per i datori di lavoro “infedeli”.
“Il datore di lavoro è sparito”
Karimalgerino, si è affidato a un’agenzia per trovare lavoro come stagionale. Peccato che all’arrivo in Italia, l’imprenditore che aveva chiesto di assumerlo, sia sparito nel nulla. “Sono andato in Prefettura per sottoscrivere il contratto di soggiorno, ma il datore di lavoro non si è presentato all’appuntamento”. Anche nelle settimane successive si è reso irreperibile. Lui si è dato da fare, ha trovato un impiego come operatore in un progetto per minorenni e la società era anche disponibile a un’assunzione. “Ma quando ho chiesto nuovamente un appuntamento in Prefettura, spiegando la mia situazione, non ho ricevuto risposte”. Problema, il nulla osta non è convertibilenon si può essere assunti da un datore di lavoro diverso da quello che ha vinto la lotteria del click day. Risultato, il nulla osta gli è stato revocato, lui ha perso il lavoro al centro per minori ed è sprofondato in una situazione di irregolarità da cui non sa come uscire”.
Quasi la metà dei lavoratori entrati regolarmente a rischio
Ancora più complicata è la situazione dei lavoratori che vengono da Paesi più lontani, come Bangladesh o India. Lì il prezzo di istruzione della pratica presso agenzie – spesso perfettamente legali – si aggira intorno ai 15-20mila euro. Il più delle volte, si tratta di somme da restituire nel tempo, con lo stipendio che deriva dal lavoro trovato in Italia. “Un amico mi ha indirizzato verso un suo conoscente a cui mi ha chiesto in generale 15mila euro in cambio di un visto d’ingresso e un lavoro regolare in Italia, con cui avrei potuto estinguere il debito contratto nel mio Paese, oltre alla disponibilità di un alloggio e di un regolare permesso di soggiorno. All’arrivo in Italia, però, non ho trovato ad attendermi nessuna delle cose che mi erano state promesse”, racconta Adavan, 35enne indiano. La soluzione sulla carta ci sarebbe: l’emissione di un permesso di soggiorno per ricerca lavoro. “Ma il ricorso a tale tutela è stato minimo”, si spiega nel rapporto. Risultato: delle 26mila persone che hanno fatto ingresso in Italia- a dicembre scorso – ne risultavano un rischio irregolarità 11.686, circa la metà.
La lotteria amministrativa delle Prefetture
Molto – emerge dal rapporto – dipende anche dalle Prefetture a cui ci si rivolge, o meglio da quella che le associazioni si “lotteria amministrativa”: in dieci – Verona, Ragusa, Trento, Cuneo, Lecce, Milano, Latina, Bari, Bolzano, Brescia – sono in grado di chiudere il 60 per cento delle pratiche. Altrove, tutta la procedura si impantana per mesi, se non anni. A Roma, ad esempio, nel 2024 risultano 33.294 domande a fronte di 6.814 quote di ingresso previste e solo 85 permessi di soggiorno in via di rilascio. A Napoli le domande sono 120.923, le quote 4.403 ei permessi di soggiorno 269. A Milano, con 36.375 domande e 2.395 quote, i permessi di soggiorno sono 940.
“Carenze strutturali e mancanza di volontà politica”
“Il meccanismo dei flussi e del click day – si spiega nel rapporto – da un lato non consente di far entrare la manodopera programmata ma determina a ogni passaggio una perdita consistente dei posti di lavoro previsti. Dall’altro, siamo davanti a un meccanismo che produce esiti profondamente diversi a parità di regole e carico di lavoro, una sorta di ingiustizia territoriale causata dal modo in cui la procedura viene concretamente gestita e dalla cronica carenza di personale nelle prefetture e questure italiane e nelle rappresentanze all’estero”.Ma a mancare, si legge, è soprattutto “la volontà politica di affrontare tali limiti a livello strutturale. Un investimento politico e finanziario per rendere finalmente efficace il meccanismo d’ingresso per lavoro nel nostro Paese non è più rinviabile, a partire dall’introduzione di canali diversificati e flessibili”.


