La pace non si ottiene con “le minacce” ma “costruendo ponti e favorendo il dialogo”. E per questo servono leader con “la mente lucida” e “la coscienza integra”. Papa Leone prosegue il suo viaggio in Africa e, dopo la tappa in Algeria, approda a Yaoundé, in Camerun. Ma da Oltreoceano continuano le bordate. Donald Trump prima torna ad attaccarlo direttamente su Truth, poi posta una foto creata con l’IA nella quale lo stesso presidente Usa è insieme a Gesù.
“Non mi sorprende che con tutti questi mostri satanici, assassini di bambini, Dio si giochi la carta Trump”, commenta lo stesso tycoon. Il vice JD Vance rincara la dose: “Come il vicepresidente americano è cauto sulle questioni di politica, anche il Papa dovrebbe essere cauto quando parla di teologia”, ha detto sottolineando “la tradizione millenaria della teoria della giusta guerra”. Il Papa oggi sceglie, nel volo da Algeri a Yaoundé, di fare un saluto breve, senza domande dai giornalisti, ma ribadisce che “possiamo vivere insieme in pace” ed “è questo che il mondo ha bisogno di ascoltare oggi, e insieme possiamo continuare a offrire la nostra testimonianza”. Poi atterra in Camerun, un paese dilaniato dalla guerra civile e guidato dall’ultranovantenne Paul Biya.
Il Camerun è “la piccola Africa” perché racchiude paesaggi, etnie e culture diverse. La diversità è tutt’altro che armonia ma, per la visita del Papa, le parti belligeranti hanno stabilito qualche giorno di tregua. Tante le ferite da sanare, dai fondamentalismi mai sopiti all’emorragia dei giovani che cercano futuro altrove. Il Papa richiama, nel suo primo discorso in Camerun, quello alle autorità riunite al Palazzo presidenziale, la necessità di “rifiutare la logica della violenza e della guerra, per abbracciare una pace fondata sull’amore e sulla giustizia. Una pace che sia disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia – sottolinea il Pontefice – o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di risolvere i conflitti, di aprire i cuori e di generare fiducia, empatia e speranza”.
Per Leone XIV “la pace non può essere ridotta a slogan” ma comporta “il ripudio di ogni forma di violenza”. Parole importanti nel continente dei conflitti dimenticati ma in tutto il mondo. La replica a Vance sulla guerra giusta arriva invece da un editoriale sui media vaticani a firma di Andrea Tornielli: “Davanti al potere distruttivo delle armi moderne, è molto difficile parlare, come si faceva nei secoli passati, della possibilità di una ‘guerra giusta’”, concetto di fatto già archiviato nel 1963 da Giovanni XXIII nella Pacem in terris. I vescovi degli Stati Uniti sottolineano che “per essere una guerra giusta, deve essere una difesa contro un altro che conduce attivamente la guerra, che è ciò che il Santo Padre ha effettivamente affermato”. Papa Leone in Camerun parla di pace ma anche di corruzione a questa democrazia ingessata da oltre quarant’anni. Afferma innanzitutto che la sicurezza si deve garantire nel rispetto dei diritti umani. Ma poi chiede, senza troppi giri di parole, “un esame di coscienza” per “rompere le catene della corruzione”.
“La trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e il rispetto dello Stato di diritto sono essenziali per ripristinare la fiducia”. In tanti avevano sussurrato, prima del viaggio, che Prevost rischiava di legittimare leader che sembrano eterni, senza opposizione e con elezioni dalle modalità dubbie.
Ma come i suoi predecessori Leone in Africa tuona contro tutti i mali di una società dove i leader non dialogano con il loro popolo. Biya aveva accolto Giovanni Paolo II nel 1985 e nel 1995 e poi Ratzinger nel 2009. E ora accoglie Prevost che quando Biya diventava presidente era un giovane 26enne già innamorato di Sant’Agostino. Dalle massime autorità del Paese ai piccoli della terra, i bambini. Il Papa aveva aperto la sua giornata nell’asilo delle suore di Madre Teresa ad Algeri e la chiusura in un orfanotrofio nel cuore di quella giovane Africa più nota per la sua nazionale di calcio che per le sue università.
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