La vita di Giulio Regeni e la vicenda di cronaca che ha portato alla sua uccisione saranno sintetizzate e mostrate, senza sconti, in un documentario tematico dal titolo Giulio Regeni – Tutto il male del mondo. L’opera è uscita lo scorso febbraio, ma in questi giorni stanno facendo discutere le decisioni del MIC. Il quale non ha elargito contributi economici a favore dell’opera prodotta dalla Ganesh produzioni giudicandola di poco interesse culturale.
Le proteste arrivano, in particolare, dalla stampa e fanno eco su alcune televisioni. Bocciatura, secondo la commissione di valutazione del MIC, che lascia pensare – almeno secondo parte dell’opinione pubblica – a una possibile influenza della politica su questo verdetto. Il termine ingerenza sta lentamente sostituendo qualsiasi attributo a questo documentario perché si è finito con il parlare più del caso politico che dell’impatto mediatico che l’opera suscita.
Giulio Regeni e il documentario non finanziato dal MIC
Nello specifico Giulio Regeni – Tutto il male del mondo racconta il rapimento e l’uccisione del ricercatore italiano avvenuta nel 2016. Da allora il caso giudiziario attorno all’omicidio del ragazzo è stato lungo al punto da mettere, in più di un’occasione, in difficoltà i governi italiani in merito alla possibile e inevitabile collaborazione con le autorità egiziane al fine di portare avanti un processo giusto che sia in grado di fare luce su una vicenda – ancora oggi, a dieci anni di distanza – molto complessa. Regeni, e quel che rappresenta, da questo punto di vista, ha una inevitabile rilevanza nazionale e qualifica l’identità culturale italiana.

Motivo per cui moltissimi, anche fra gli addetti ai lavori, sono idealmente scesi in campo per difendere la validità dell’opera e il possibile merito a ricevere e ottenere determinati fondi. Capofila di questa scuola di pensiero è Domenico Procaccinumero uno della Fandango che, tra le altre cose, si occupa della distribuzione del documentario: “Una bocciatura simile da parte del MIC è preoccupante – ha detto – se non viene giudicata interessante un’opera del genere non so cosa possa esserlo davvero”. C’è molta amarezza anche da coloro che, facendo cinema da diverso tempo, hanno imparato la decisione dai giornali.
Le parole del Ministro della Cultura
Non bastano a mitigare le polemiche neppure le parole del Ministro della Cultura Giuli che sottolinea: “Mi dispiace che un’opera come quella su Giulio Regeni non sia rientrata nella graduatoria di rilascio dei fondi MIC, soprattutto per quello che rappresenta la sua storia”. Sembra, secondo molti esperti e riferimenti della settima arte, una sorta di scusa non piccola. Se consideriamo anche il malcontento delle ultime settimane di determinate maestranze attorno al mondo della celluloide. Se ancora è possibile definirlo in questo modo.

Al fondo per l’audiovisivo sono stati dimezzati gli introiti, proprio dal Ministero della Cultura presieduto da Giuli. In molti hanno commentato tale decisione come “La volontà innegabile di uccidere economicamente un settore già in affanno”. I sindacati di categoria sono già al lavoro per indire numerose manifestazioni di protesta. In questo clima arriva quella che moltissimi rappresentanti sindacali hanno definito ennesima beffa.
Proteste e dimissioni
Le proteste su Regeni e il mancato finanziamento da parte del MIC hanno addirittura portato a tutto dimissioni di due membri appartenenti ad altre commissioni che assegnano i fondi cinematografici pur non essendosi occupati in maniera diretta della questione. Si tratta di Paolo Mereghettinoto critico del Corriere della Sera, e Massimo Galimberti. Consulente editoriale per produzioni cinematografiche.
La decisione di lasciare la loro posizione al MICin ambito di commissione valutativa, è arrivato lo scorso 7 aprile 2026 con le seguenti motivazioni: “Sono anni che lavoriamo con il Ministero, abbiamo fatto parte di varie commissioni. In questa fase abbiamo sentito una sorta di incompatibilità ambientale legata a vari fattori e nell’approccio alle procedure”. In altre parole rispetto alla dichiarazione spontanea rilasciata dai due ex membri della commissione all’ANSA: non vengono condivisi i metodi di valutazione dell’attuale commissione.
I criteri di valutazione
La domanda, dunque, resta: chi valuta e decide a chi spettano i fondi del MIC? La commissione in questione è composta da la ex deputata della Lega Benedetta Fiorini, la direttrice di festival Ginella Vocca, il saggista Pier Luigi Manieri, il produttore Pasqualino Damiani e l’avvocato Giacomo Ciammaglichella. Nella fattispecie 5 persone scelte fra parlamentari ed esperti del settore. Una volta capito questo, l’attenzione del dibattito si è spostata sui criteri di valutazione. Per quale motivo, infatti, il documentario su Regeni non ha ottenuto i fondi a disposizione?
Il criterio per cui Giulio Regeni – Tutto il male del mondo non ha ottenuto i finanziamenti del MIC riguardanti aspetti legati alla natura tecnica del documentario. Ci sono, infatti, dei punti che le commissioni di valutazione assegnano in tal senso a ciascuna opera candidata. Il lavoro su Regeni è stato immediatamente scartato per alcune incongruenze. Questo emerge dal responso ufficiale. Il requisito minimo per ottenere il finanziamento è totalizzare 80 punti di valutazione. L’opera documentaristica ne ha ricevuti solo 66. Ogni categoria che determina il punteggio totale ha avuto valutazioni abbastanza ridimensionate. Il punto fondamentale è uno solo: Regeni rappresenta una vicenda giudiziaria importante e valida, ma sarebbe – secondo le commissioni di valutazione – veicolata male.
Cos’è mancato al documentario su Giulio Regeni
Nello specifico viene valutato il progetto e la qualità della scrittura. Il documentario, in altre parole, secondo chi lo ha valutato, non aggiunge nulla a quanto si conosce già. In termini cinematografici serviva qualcosa di più incisivo e particolare, in ambito narrativo, pur essendo esclusivamente un documentario. La vicenda in questo particolare caso viene narrata in maniera asciutta, precisa e spoglia di qualsiasi orpello che possa arricchire un soggetto piuttosto complesso. Tradotto ancora meglio: gli esperti hanno giudicato il documentario privo di appello.
Ecco perché non rientra fra le priorità della commissione esaminatrice. L’altro aspetto che ha fatto infuriare gli utenti e anche qualche addetto ai lavori riguarda gli altri candidati che, invece, sono rientrati nei finanziamenti. È stata, infatti, finanziata un’opera su Giovanni Allevi. Un’altra su Gigi D’Alessio, per non parlare del lavoro fatto da Pier Francesco Pingitore, e The Echo Chamber di Andrea Pallaoro tratto da una sceneggiatura di Bernardo Bertolucci. Senza contare il prossimo lavoro della regista Francesca Archibugi.
Il cortocircuito sui regolamenti
Tutte queste opere meritavano più di Regeni e il suo documentario? La risposta è sì, ma non per il motivo che sta passando in queste ore. I film in questione sono stati finanziati perché appartenenti a sezioni diverse del fondo selettivo. Giocavano, per intenderci, su un altro pianoforte rispetto all’opera su Regeni. Questi sono film di finzione, quello su Regeni è un documentario.
I documentari ritenuti maggiormente meritevoli rispetto a quello su Regeni sono diversi, su questo ci possono essere discussioni e controversie di vario genere. Mettere però a confronto opere diverse, come si sta facendo in questi giorni a mezzo stampa, è parzialmente attendibile. Regeni e il documentario sulla sua vicenda sono stati bocciati, cinematograficamente, per altri motivi legati a criteri di narrazione ed esposizione.
La “Legge Cinema”
La protesta, se deve esserci, per non generare il cortocircuito tra realtà e finzione di notizie, può basarsi su un assunto ed è quello relativo alla separazione tra contributi automatici e contributi selettivi. La materia specifica risale al 2016 (dieci anni fa) quando l’allora Ministro della Cultura Dario Franceschini ha istituito, attraverso la LeggeCinemadue commissioni distinte. Le quali dovevano avere a disposizione lo stesso capitale, in termini numerici, da elargire. L’unica differenza è che i contributi selettivi spettavano a quelle opere che erano ritenute interessanti, ma non avevano i mezzi e le possibilità economiche per affermarsimentre i contributi automatici sarebbero andati a quei film chiamati a riempire le sale già da subito. Quando ci sono di mezzo produzioni di un certo lignaggio, i fondi a disposizione diventano automatici.
Questa duplice natura, che però doveva avere la stessa base di partenza, si è fatta sempre più netta con il passare del tempo. I fondi selettivi sono diventati sempre maggiori con criteri severi e commissioni sempre più stringenti. Discorso diverso per i contributi automatici. Tale disparità, con eventuali influenze negli anni che portano il nome di esecutivo qualche, dovrebbe essere il punto di ripartenza di un dibattito che altrimenti di arenarsi all’interno rischiando di una guerra tra poveri tutt’altro che utile alla causa.
C’è ancora domani: un precedente illustre
Il documentario su Regeni è la punta di un iceberg ben più profondo, fatto di promesse, aspettative e reali possibilità non sempre realizzabili a causa di una burocrazia che imbriglia le case di produzione a dispetto di qualunque risvolto artistico. L’opera prima di Paola Cortellesiche ha vinto il biglietto d’oro per due anni di fila con un successo di pubblico crescente, non si è vista elargire il contributo per gli stessi motivi. C’è ancora domani rischiando di diventare un interrogativo scomodo per il cinema italiano a cui non tutti, anzi: quasi nessuno, sembrano avere forza e mezzi per rispondere.


