Attrice di teatro e doppiatrice, Guendalina Ward non è solo l’erede di una vocalità prestigiosa, ma una professionista che negli anni ha saputo costruire una carriera poliedrica, regalando profondità e sfumature a personaggi reali e animati. Se da un lato ha dato voce a iconici ruolii del grande e piccolo schermo, dall’altro è una produttrice teatrale, fermamente convinto che il palcoscenico possa essere una palestra essenziale per chi vuole eccellere nell’interpretazione. Insieme a Francesco Rocchini, ha infatti fondato l’associazione culturale Walk of Ward.
In questa intervista a Cineblogparla delle difficoltà di un lavoro straordinario come quello del doppiaggio, della serie tv Gioco dei calamari in cui ha prestato la voce al Giocatore 120 e dello spettacolo Artein scena al Teatro degli Audaci di Roma dal 6 al 9 novembre e dal 13 al 16.
Essendo figlia di doppiatori di spicco, Luca Ward e Claudia Razzi, come è riuscita a costruire un percorso artistico suo mantenendo la propria identità? Ha sentito il peso delle aspettative?
Quando ero bambina, no, perché a quell’età non vivevo questo tipo di sentimento. All’età di 20 anni sono partita e sono stata all’estero parecchi anni, lavorando in tutt’altro settore. Poi sono tornata in Italia e ho iniziato a lavorare nel mondo del doppiaggio, e all’inizio ho sicuramente avvertito molto l’aspettativa del pubblico. Essendo figlia di due giganti di questo mestiere, c’era da capire se io fossi all’altezza della mia famiglia. La cosa bella è stata che, conoscendomi tutti da quando ero bambina, mi hanno accolto con un grandissimo affetto e mi hanno messo davanti a tante possibilità. Mi sono sentita molto accolta.
Quali sono state le lezioni più importanti apprese dai suoi genitori?
Ogni volta in cui faccio un turno con loro riempio il mio bagaglio di conoscenze, mi insegnano sempre qualcosa in più. La bellezza di questo lavoro è proprio il fatto che non si arriva mai e che si è sempre alla ricerca della perfezione.
Quali pensa che siano le difficoltà del doppiaggio? E quali le sfide più importanti che un doppiatore si trova ad affrontare in Italia?
La sfida maggiore è il poco tempo che abbiamo oggi per fare il nostro lavoro. Anni fa c’era la pellicola e un’altra strumentazione che rallentava molto i tempi, ma tutto questo consente una ricerca della perfezione, dell’arte, del prendere bene tutte le sfumature dell’attore. Negli anni sono stati migliorate le macchine e tutto è diventato molto più veloce; c’è quindi poco tempo per fare quella famosa ricerca che rende il doppiaggio straordinario.
Una problematica che interessa anche tutto il panorama cinematografico?
La tecnologia delle macchine, che ci permette di fare il lavoro, ha per forza di cose velocizzato tutto. Molti film vengono girati oggi con i cellulari, ed è quindi tutto molto diverso.
Tra i suoi progetti più importanti c’è quello che riguarda la serie tv Gioco dei calamariin cui ha doppiato il Giocatore 120, un personaggio transgender con un grande cuore e una grande sensibilità. Come è riuscita a trasmettere l’anima di Jo Hyun-ju attraverso la sua voce?
L’attore ha fatto un lavoro straordinario perché, da eterosessuale, riuscire a riprodurre il dolore, la sofferenza e la tragedia di chi si sveglia in un corpo che non riconosce come il suo, è una prova veramente importante. Quando l’interprete fa un ottimo lavoro, per il doppiatore è più facile “attaccarsi” a quella faccia.

Abbiamo lavorato per trovare soprattutto la tonalità vocale più giusta per quel tipo di personaggio, e il direttore artistico Lucio Saccone è stato di grandissimo supporto. Abbiamo costruito insieme il personaggio, che è uscito fuori in maniera abbastanza incisiva, considerando anche l’affetto che ho ricevuto dal pubblico per questo lavoro.
Quando si lavora sul doppiaggio, la sfida è tra l’altro mantenere intatta l’emozione fornita dall’attore originale. Qual è il metodo per far conciliare l’aderenza labiale e l’espressività vocale, in modo che l’emozione non venga sacrificata?
Se si guarda un doppiatore in faccia mentre lavora, lui ha le stesse identiche espressioni dell’attore. Se l’interprete ha alzato il sopracciglio dicendo una battuta e il doppiatore non lo fa nella realtà quando lo doppia, la scena risulterà meno vera. La cosa più importante è ripetere le stesse espressioni, ma anche gli stessi movimenti del busto. I doppiatori sono infatti attori: per saper ridere, piangere, disperarsi, essere seri, arrabbiati, bisogna saper recitare. Noi abbiamo anche l’aggravante di non poter muovere i piedi per non fare rumore; bisogna quindi essere un grandissimo attore per rendere, solo con la voce, quello che un attore ha reso con il corpo, con i costumi, con la scenografia.
Doppiare un personaggio così importante per la rappresentazione LGBTQ+ l’ha esposto a un dibattito o a un’attenzione diversa rispetto ad altri ruoli? Ha ricevuto feedback significativi dal pubblico?
Il primissimo feedback è stato quello che ho ricevuto per il film Disney Pixer Avantiin cui ho doppiato una poliziotta dichiaratasi omosessuale. Lì mi hanno scritto in tantissimi per ringraziarmi di aver interpretato questo personaggio; è stata una cosa bellissima. Per Gioco dei calamari ci sono state invece diverse polemiche, in primis per la versione originale: in molti si sono chiesti il motivo per cui non hanno scelto un attore transgender per quel ruolo, senza però sapere che in Corea non sono così avanti. C’è stata inoltre una polemica sulla scelta della produzione italiana, perché in Europa il Giocatore 120 è stato doppiato da una donna solo qui in Italia. In questo senso noi siamo sicuramente più avanti, ma ho letto molti commenti in cui si diceva che sarebbe stato più giusto che quel personaggio fosse doppiato da una donna, poiché il Giocatore 120 non aveva finito il suo percorso di transizione.
Lei ha fondato, insieme a Francesco Rocchini, l’associazione culturale Passeggiata di Ward. Dov’è nata l’idea?
L’idea è nata dall’esigenza di avere una realtà che non fosse una scuola di doppiaggio. Mi piaceva creare degli eventi legati al mondo dello spettacolo ma volevo soprattutto dare vita a un tramite tra le scuole e il mondo del lavoro, perché vengono questi ragazzi che si sono formati abbandonati a sé stessi. Questo crea quindi tantissime problematiche sociali per chi vuole avvicinarsi al mondo del doppiaggio. Noi abbiamo iniziato, con la Passeggiata di Wardorganizzando delle giornate che si chiamano Dub Training ea cui possono accedere solo persone che hanno già avuto esperienze di doppiaggio.

Li facciamo quindi incontrare con i direttori artistici più importanti del settore, con cui si misurano per tre ore al microfono e che li chiamano in seguito a lavorare. Abbiamo inoltre deciso di puntare sul teatro, perché crediamo che sia un’arte performativa che non morirà mai, anche se l’intelligenza artificiale prenderà il sopravvento. Spariranno il doppiaggio e il cinema, ma il teatro mai. In un mondo in cui non ci incontriamo più, stare in una sala con le persone e respirare l’umanità è qualcosa che sarà sempre più ricercato.
Avete prodotto lo spettacolo Arteattualmente in scena, che parla proprio di un fallimento nella comunicazione tra amici di lunga data. Lo spettacolo è una sorta di appello per riscoprire l’autenticità nei rapporti?
È assolutamente necessario oggi più che mai. Non ci parliamo più e lo vedo anche nel doppiaggio: tempo fa, lavoravamo insieme al microfono, cosa che invece non succede ora. Siamo da soli in una sala al buio, davanti allo schermo, ed è a volte alienante. C’è l’esigenza fisiologica di stare con le persone, e il teatro regala proprio questo. Si sente il pubblico che respira, che ride, che si emoziona, ed è qualcosa di impagabile.
Lo è anche allontanarsi dalle tecnologie per due ore di spettacolo…
Esatto, non tenere il telefono in mano per quelle ore non ha prezzo. Per me questo sarà sempre più ricercato. Il teatro non teme l’intelligenza artificiale.
A suo parere, non ci sarà mai una vera e propria crisi nel teatro, come quella che è invece avvenuta nel mondo del cinema, soprattutto dopo l’avvento delle piattaforme streaming?
Il teatro subisce crisi continuamente. Tempo fa i teatri stavano messi molto male, ma la situazione è nettamente migliorata dopo il Covid, quando per un po’ erano stati vietati gli spettacoli. Dopo il via libera, migliaia di persone hanno ricominciato ad andare a teatro, che hanno vissuto una fioritura incredibile. C’è sicuramente una grande differenza con il cinema, dove ultimamente proiettano film solisti Marvel e di Star Wars. Io ci andavo tantissimo ma, se devo vedere sempre gli stessi contenuti, resto a casa a guardarmi un film su Netflix. Il teatro offre invece tantissimi prodotti, di tutti i generi e di tutte le levature, che è una scelta che al cinema non si ha più.
Futuri progetti da raccontarci?
Al momento non posso dire nulla, avendo firmato accordi di riservatezza, ma sicuramente nel 2026 mi ascolterete in prodotti molto belli.


