sabato, Aprile 4, 2026

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Se siete millennial, questo sottovalutato horror psicologico potrebbe traumatizzarvi

Se rientrate tra coloro che sono cresciuti tra VHS consumate fino allo sfinimento e pomeriggi infiniti davanti alla TV, allora Ho visto la TV brillare potrebbe rivelarsi un’esperienza più destabilizzante del previsto. Sebbene sia passato sottotraccia sul grande schermo, a due anni dalla sua uscita il film scritto e diretto da Jane Schoenbrun si è imposto come uno degli horror psicologici più particolari degli ultimi anni, capace di parlare direttamente alla generazione cresciuta negli anni ’90, quando Internet non era ancora un rifugio e la televisione rappresentava spesso l’unica via di fuga.

Non è infatti un caso che, più che spaventare con jump scare o soluzioni convenzionali, il film riesca a costruire man mano un’inquietudine sottile e persistente che si infila negli spazi occupati dalla nostalgia e dalle insicurezze di quando si era ragazzini. Ma facciamo un passo indietro.

Al centro del film ci sono Maddy (Brigette Lundy-Paine) e Owen (Justice Smith), due adolescenti emarginati che trovano conforto in Il Rosa Opacouna serie sci-fi immaginaria dal gusto vagamente kitsch. Quello che inizia come un semplice legame condiviso si trasforma presto in qualcosa di più profondo e ambiguo, mentre la linea tra realtà e finzione inizia a sfumare in modo sempre più inquietante.

Ambientato a partire dal 1996, il racconto affonda le radici nella noia e nell’isolamento pre-digitale. Owen vive in un contesto familiare difficile, segnato da un padre autoritario e distante, mentre Maddy rappresenta per lui una via di fuga, una connessione autentica in un mondo che sembra rifiutarli entrambi. La loro ossessione per la serie cresce fino a diventare totalizzante, alimentando una fantasia che si insinua nella realtà fino a deformarla.

Quando, anni dopo, Maddy riappare sostenendo di essere stata letteralmente “dentro” lo spettacolo, la narrazione abbandona ogni appiglio realistico e si trasforma in un viaggio psicologico sempre più disturbante. L’idea di un “universo tascabile” e di entità minacciose come il temibile Mr. Melancholy contribuisce a creare un senso di disorientamento costante, dove identità e percezione si vanno a frantumarsi.

Dal punto di vista visivo, Schoenbrun costruisce un’opera profondamente evocativa, fatta di luci artificiali, colori freddi e atmosfere sospese. Il film è intriso di riferimenti culturali anni ’90 — dalla musica agli oggetti di scena — che non sono mai puro esercizio nostalgico, ma strumenti per amplificare il senso di alienazione e smarrimento dei suoi giovani protagonisti. Tutto contribuisce a creare un’esperienza profondamente immersiva che riflette a sua volta il disagio interiore dei personaggi.

Ad ogni modo, è sul piano emotivo che Ho visto la TV brillare lascia il segno più profondo. Il film parla di crescita, di isolamento, del bisogno disperato di appartenenza e del rifugio nei mondi immaginari quando quello reale diventa insopportabile. Non ci sono veri eroi o soluzioni rassicuranti, solo persone imperfette che cercano un modo per sopravvivere e andare oltre al proprio dolore.

Intendiamoci, non si tratta affatto di un horror tradizionale, né di un film facile da assimilare. Ma per chi è cresciuto sentendosi fuori posto, per chi ha trovato conforto in storie e personaggi fittizi, può trasformarsi in qualcosa di sorprendentemente personale. Un’esperienza inquietante sotto molti aspetti, ma che è destinato a rimanere sotto pellecome un ricordo d’infanzia difficile da lasciarsi del tutto alle spalle.

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Foto: MovieStillsDB

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