sabato, Aprile 4, 2026

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Questo film italiano ha sconvolto il mondo intero (e ancora oggi continua a far discutere)

Non tutti i film sono fatti per essere guardati fino in fondo. Alcuni, più semplicemente, mettono alla prova lo spettatore: lo costringono a restare, a resistere, a confrontarsi con immagini e idee da cui verrebbe spontaneo distogliere lo sguardo.

In questa categoria rientra un film italiano che, ancora oggi, viene indicato come uno dei più controversi mai realizzati. Un’opera che ha generato scandalo, censure e reazioni violentissime fin dalla sua uscita, dividendo profondamente pubblico e critica, ma che allo stesso tempo è stata progressivamente riconosciuta come un lavoro di enorme importanza artistica.

Parliamo di Salò o le 120 giornate di Sodomadiretto da Pier Paolo Pasolini nel 1975.

Ispirato al romanzo del Marchese de Sade e ambientato durante la Repubblica di Salò, il film mette in scena un sistema di potere assoluto, in cui un gruppo di uomini controlla e annienta un gruppo di giovani prigionieri. Quello che potrebbe sembrare un racconto già estremo diventa, nelle mani di Pasolini, qualcosa di ancora più radicale: una rappresentazione fredda, geometrica e priva di qualsiasi filtro, in cui ogni gesto è parte di un meccanismo di dominio e disumanizzazione.

La scelta più sconvolgente del film non sta soltanto nelle immagini, ma nel modo in cui queste vengono costruite. Pasolini elimina qualsiasi forma di spettacolarizzazione: non c’è pathos, non c’è catarsi, non c’è empatia “facile”. Lo spettatore è costretto a osservare senza protezioni, senza la possibilità di distaccarsi da ciò che accade sullo schermo. È proprio questa distanza emotiva, quasi clinica, a rendere l’esperienza ancora più disturbante.

Eppure, ridurre Salò a un semplice film scioccante sarebbe un errore. Fin dalla sua concezione, Pasolini aveva un obiettivo preciso: realizzare un’opera capace di mettere in crisi lo spettatore e di opporsi a una società che, secondo lui, stava trasformando tutto — corpi, desideri, relazioni — in merce. L’estremo diventa così uno strumento per raccontare il potere, la sua violenza e la sua capacità di ridurre l’individuo a oggetto.

Non sorprende, quindi, che il film abbia avuto una storia produttiva e distributiva estremamente complessa. Salò fu sequestrato, censurato e ostacolato in diversi Paesi, e per anni la sua circolazione fu limitata o proibita. Anche in Italia, la sua uscita fu segnata da tagli inizia e controversie, mentre all’esterova lentamente a emergere una lettura più articolata e meno immediata dell’opera.

È proprio fuori dai confini italiani, infatti, che il film ha trovato una delle sue consacrazioni più importanti. Critici e studiosi internazionali hanno progressivamente riconosciuto a Salò non solo una provocazione, ma una riflessione radicale sul potere e sulla violenza. Alcuni lo hanno descritto come un’opera capace di mostrare la “morte dell’eros”, altri come un vero e proprio studio sulla disumanizzazione, in cui i corpi diventano strumenti di un sistema che annienta ogni identità.

Questo non significa che il film sia stato “accettato” nel senso tradizionale del termine. Al contrario, continua ancora oggi a essere rifiutato da una parte del pubblico, che lo considera eccessivo, disturbante o addirittura insopportabile. Ed è proprio questa tensione tra rifiuto e riconoscimento a rendere così unico. Da un lato, viene spesso definito uno dei film più disgustosi mai realizzati; dall’altro, è difeso come un’opera fondamentale, capace di affrontare temi che il cinema raramente osa toccare.

A rendere ancora più potente la sua eredità è il contesto in cui nasce. Pasolini realizza Salò negli ultimi anni della sua vita, portando all’estremo una poetica che aveva sempre cercato di mettere in discussione le convenzioni e “rompere le regole”. Non è un caso che il film sia stato percepito, fin da subito, come un gesto radicale, quasi definitivo, capace di spingere il cinema oltre i suoi limiti tradizionali.

Nel tempo, l’influenza di Salò si è fatta sentire anche su autori e movimenti successivi. Il film ha contribuito a ridefinire i confini del cinema d’autore, dimostrando come sia possibile utilizzare immagini estreme per costruire un discorso politico e filosofico coerente. Non si tratta di un’opera da imitare, ma di un punto di riferimento inevitabile per chiunque voglia comprendere fino a dove può spingersi il linguaggio cinematografico.

A distanza di quasi cinquant’anni, Salò o le 120 giornate di Sodoma resta quindi uno dei titoli più radicali, discussi e analizzati della storia del cinema. Non un film per tutti, ma un’opera che continua a essere studiata, citata e messa in discussione a livello internazionale.

Ed è proprio per questo che, quando si parla dei film più sconvolgenti mai realizzati, il suo nome torna inevitabilmente a emergere. Non come semplice provocazione, ma come uno degli esempi più estremi — e al tempo stesso più lucidi — di ciò che il cinema può essere.

Fonte: Collisore

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