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Pupi Avati torna in sala con “Nel tepore del ballo”: si può ancora fare cinema per sentirsi liberi

Pupi Avati torna in sala a partire dal 30 aprile 2026. La sua ultima fatica cinematografica si chiama “Nel tepore del ballo”, presentato in anteprima al Bari International Film Festival davanti alla stampa ea qualche presenza illustre, compreso il cast corale che ha aiutato il regista a mettere insieme un’opera autentica. Pupi Avati torna sotto i riflettori con una storia intensa che ha preso parte alla vicenda di un suo amico, di cui non rivela il nome per riservatezza e rispetto.

La nota importante, però, riguarda lo stesso Avati che insegna – dopo anni di esperienza e mestiere – cosa significa essere liberi al cinema. Il regista, ancora oggi, è una di quelle persone che lavora prima con la penna e poi con la telecamera. Significa che, per fare un film, aziona prima il cuore e poi eventualmente batte il ciak per cominciare una nuova avventura cinematografica. È ancora una di quelle personalità che realizza un film, un’opera, quando sente l’esigenza di farlo: non per dovere, oppure esclusivamente per rispettare le cadenze.

“Nel tepore del ballo” e il prezzo della libertà

Il lusso di prendersi del tempo, per lasciare maturare un’ispirazione, non è da tutti. Lui ce l’ha perchè sa che il suo cinema, nonostante l’usura del tempo, resta il più atteso: una sequenza di opere, una più profonda dell’altra, accumunate da un’aggettivo. Volitivo. Ogni storia di Pupi Avati rappresenta un momento preciso della propria esistenza: non si tratta solo ed esclusivamente di racconti biografici, semmai sono sensazioni che è riuscito a fare sue nell’ambito di una maturazione costante.

Massimo Ghini e Isabella Ferrari protagonisti de Nel Tepore del Ballo
Massimo Ghini e Isabella Ferrari in una scena del film (profilo Instagram ufficiale) – Cineblog

Al punto da permettersi di premere idealmente il tasto reset per riportare tutto in forma di soggetto e trattamento, fino all’approdo in sala. Anche stavolta, con 01Distribuzionenon ci sono eccezioni. “Ho voluto fare un film in estrema libertà – spiega ai giornalisti – oggi nel nostro mondo riuscire a fare questo senza pressioni e attese ha un prezzo. Valore cresciuto esponenzialmente con il tempo”.

Quindi, se c’è un prezzo da pagare, tanto vale farlo secondo criteri condivisi. Quindi Avati ha messo tutta insieme gente di cui si fida e in cui ritrova determinati valori. “Oggi fare un film senza Fabio De Luigi o Pierfrancesco Favino diventa impensabile. Noi siamo riusciti a raccontare una storia che conserva la propria spettacolarità e ha anche qualche elemento di costo. Se vuoi essere autentico, devi prepararti a essere pulito in molte maniere. Io cerco di farlo, insieme a 01 e Samanta Antonnicola, da 60 anni”.

Pupi Avati e un cast inedito

“Nel tepore del ballo”, infatti, è un’opera particolare perché annovera personalità con cui il celebre regista non ha mai lavorato. Eccezione di alcuni nomi: Lina Sastri e Pino Quartullo. “Sapevo – scherza Avati con i cronisti presenti – che se hanno ricevuto una mia telefonata gli avrebbe fatto piacere”. Quando Pupi Avati chiama, l’unica risposta possibile è presente. Lo stesso, anche se con un pizzico di sorpresa in più, hanno fatto Massimo Ghini e Isabella Ferrari.

L’obiettivo del film è restituire l’intensità dei rapporti e le emozioni dovute al mondo che cambia, comprese le attenzioni che la vita riserva per diversi aspetti che lentamente prendono forma. Nello specifico, di cosa parla questo nuovo film? La storia è quella di un noto conduttore televisivo, racconto Gianni Riccio, che viene arrestato per corruzione e frode fiscale. Improvvisamente si trova a rimettere in discussione la propria vita, a partire dalla morte della madre e la prematura scomparsa del padre.

Un’altalena emozionale che cattura lo spettatore

Gianni, dunque, cerca di riabilitarsi attraverso nuovi riferimenti, ma si renderà conto che – non solo lavorativamente – nulla sarà più come un tempo tutt’altro che remoto. Anche grazie alla figura della sua prima moglie. Un’opera che si basa sulla caduta e la rinascita di un individuo per riassumere l’altalena emozionale che ciascuno di noi può ritrovarsi a vivere nelle diverse fasi dell’esistenza. La maturazione, a volte, coincide con una percentuale di sofferenza.

Concetto che Avati determina anche personalmente, senza entrare in particolari, ma ammette: “Oggi vedo la vita con una chiarezza disarmante, forse dovuto alla mia età che consente di essere più consapevoli. Il mio corpo sta invecchiando e devo dire che mi sento molto vicino a quel ragazzo che ero”. Questa è una grande dimostrazione di maturità, soprattutto perché essere diventato quello che si immaginava da ragazzi non è scontato né tantomeno sempre possibile. Pupi Avati ce l’ha fatta e questa serenità traspare anche nei suoi film. La profondità d’animo fa il paio con un appagamento che emerge un frame dopo l’altro. Il regista ha colpito nel segno perché è riuscito a dimostrare, ancora una volta, cosa vuol dire essere liberi. Dentro e fuori la sala.

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