Il film “Memorie di un assassino” di Bong Joon-ho si ispira ai veri delitti di Hwaseong: la storia reale e il messaggio nascosto del regista.
Quando Memorie di un assassino uscito nel 2003, il nome di Bong Joon-ho non era ancora noto al grande pubblico. Eppure, già allora, quel film segnava un punto di svolta nel cinema sudcoreano. Dietro la sua apparente trama da thriller poliziesco si nascondeva infatti un caso reale, tra i più drammatici della storia recente del Paese: i delitti di Hwaseonguna serie di omicidi che tra il 1986 e il 1991 terrorizzarono la provincia coreana e misero a nudo le crepe di un intero sistema investigativo.
Per anni la Corea del Sud visse nel timore di un assassino invisibile. Le vittime erano donne, tra i 13 ei 71 anni, aggredite di notte lungo strade di campagna. Le indagini, condotte con mezzi rudimentali e sotto la pressione dell’opinione pubblica, si trasformarono presto in un labirinto di errori e abusi. Migliaia di sospetti interrogati, confessioni estorte con la forza, e nessun colpevole. Il caso divenne un trauma collettivo, simbolo di un Paese che cercava modernità ma inciampava nella propria fragilità istituzionale.
Dalla cronaca nera al capolavoro del cinema con “Memorie di un assassino”
Solo nel 2019, oltre trent’anni dopo i primi omicidi, la verità emerge grazie all’analisi del DNA: il responsabile era Lee Chun-jae, già detenuto per un altro delitto, l’omicidio della cognata. Di fronte alle prove, confessò quattordici omicidi, tra cui quelli di Hwaseong.
La sua storia aggiunge ulteriori inquietudine alla vicenda. Lee aveva vissuto per anni come un uomo comune, lavorando come operaio, sposandosi, conducendo un’esistenza apparentemente ordinaria. «Non pensavo che i miei crimini sarebbero rimasti nascosti per sempre», dichiarò dopo l’arresto, con una freddezza che colpì l’opinione pubblica.

Ancora più sconvolgente fu la sorte di un uomo innocente: Yoon, accusato e incarcerato ingiustamente per vent’anni a seguito di una confessione ottenuta con tortura. Quando la verità venne a galla, la polizia sudcoreana fu costretta a scusarsi ufficiale.
Bong Joon-ho, che aveva seguito ossessivamente il caso fin dagli anni universitari, trasformò quella vicenda in una riflessione profonda sulla giustizia, sull’errore umano e sull’incapacità di comprendere il maschio. In Memorie di un assassino il regista non cerca il colpevole: racconta piuttosto la frustrazione di chi lo cerca invanoe il lento smarrimento morale degli investigatori.
Il celebre sguardo finale del detective verso la macchina da presa non è soltanto una rottura della quarta parete: è un atto di confronto. Bong ha ammesso che quella scena era un modo per “guardare dritto negli occhi l’assassino”, nella speranza che prima o poi vedesse il film. Era anche un modo per guardare noi spettatori, chiedendoci quanto realmente comprendiamo la violenza che osserviamo da lontano.


