Tanto vale imparare la pronuncia corretta del cognome Chwalińskaché verosimilmente avremo frequenti occasioni di parlare di Maja in futuro. Allora, per noi italiani diventa “hfalignsca”, con la “h” aspirata e gutturale che è un’esclusiva della lingua polacca e la “n”, la cui grafia corretta prevede l’accento, che suona come il “gn” di lasagna. Oggi pomeriggio la polacca proveniente dalle qualifiche prova inutilmente a resistere alla diciannovenne Mirra Andreevache dispone di fondamentali solidissimi. Così la partita dura appena di più dello stretto necessario, 82 minuti, durante i quali soltanto il primo e l’ultimo quarto d’ora sono rallentati dalle titubanze di Mirra, che così si consolida al sesto posto del ranking WTA. Per la siberiana di Krasnojarsk è il primo slam in carriera, arrivato per di più alla prima occasione disponibile. L’altra siberiana che ha segnato il tennis d’inizio millennio, Maria Sharapovaaveva raggiunto l’obiettivo a 17 anni, nel 2004 a Wimbledon quando sconfisse in finale Serena Williams per 6-1 6-4. In carriera, poi, si prese altri quattro major, due a Parigi, uno ciascuno a New York ea Melbourne.
La finale femminile
Per la cronaca della finale sul campo rosso della Corte Philippe-Chatrier bastano poche battute. Chwalińska, che per due settimane ha fatto della varietà e degli angoli mancini la sua arma, soffre più dell’avversaria il vento a raffiche di oggi. Andreeva tiene i nervi saldi e comincia a martellare da fondo campo. La russa strappa il servizio una prima volta, poi una seconda, non si fa intimidire dai controbreak e chiudendo il primo set in 34 minuti. Nel secondo parziale la partita diventa un senso unico. Infilando un filotto di nove giochi consecutivi, Mirra scappa e non concede alla polacca alcun varco per rientrare. Chwalińska ci prova, si guadagna anche tre palle break, ma la russa le annulla con freddezza. Conchita Martínez, allenatrice di Mirra e tre volte finalista slam, osserva soddisfatta. Il match point segue la logica del match: pressione sul servizio della polacca e tre chanche conquista, con la prima che è sufficiente, 6-3 6-2.
Una nuova fase per il tennis femminile
Il trionfo di Andreeva potrebbe aprire una fase nuova nel tennis femminile, peraltro attesa da tempo. Non è una fiammata isolata ma l’approdo di una crescita lineare, il compimento di un percorso di una giocatrice costruita per durare. Oggi la russa ha mostrato di saper gestire il ruolo della favorita assoluta che finora toccava alle altre. È il segnale che il vertice non appartiene più soltanto alla generazione di Sabalenka, di Swiatek, di Rybakina e di Gauff: dietro di loro c’è una ragazza che sa già come si chiude una finale. Per anni il tennis femminile ha cercato la prossima dominatrice tra molte candidate e poche conferme. Andreeva, con questo titolo, smette di essere una promessa e diventa un riferimento. A Chwalińska è comunque dovuto un posto speciale nella storia del torneo femminile parigino: non era mai accaduto, né nell’era Open né in quella precedente, che una giocatrice partisse dalle qualificazioni e approdasse, dopo nove successi consecutivi, all’ultimo atto del Roland Garros. Nata nel 2001 a Dąbrowa Górnicza, città mineraria della Slesia, Maja viene da una famiglia modesta. Papà Tomasz lavorava in miniera, mamma Marcela faceva la receptionist: nessuna tradizione tennistica, nessuna accademia americana, solo una bambina mancina che colpiva la palla meglio delle coetanee. A quattordici anni vinse il titolo europeo di doppio under 14, a quindici fece il bis tra le under 16. Nel 2017, a sedici anni, fece la finale del doppio juniores agli Australian Open con una compagna che il mondo avrebbe imparato a conoscere presto: Iga Swiatek. Le due avevano debuttato insieme tra le professioniste a Zawada nel 2015 e portato la Polonia al successo nella Junior Fed Cup. Poi le loro strade si separarono. Mentre Iga scalava rapidamente la classifica mondiale e cominciava a collezionare slam, l’amica scoprì che il professionismo pesava più di quanto le sue spalle potevano reggere. Nel 2021, dopo le qualificazioni di Wimbledon, si fermò. Parlò di depressione e dell’angoscia che il tennis le scaricava addosso. Non mancano gli infortuni, che talvolta sono favoriti da un atteggiamento psicologico pessimista. La sua classifica precipitò a quota 523. Dopo il rientro, giocò a lungo lontano dai riflettori, nei tornei Challenger e ITF, ricostruendosi pezzo per pezzo. Nelle ultime stagioni arrivano i titoli WTA 125 a Florianopolis nel 2024, a Montreux nel 2025 ea Oeiras due mesi fa. Il miglior piazzamento di Maja nella classifica mondiale, che è al numero 113, risale alla vigilia del Roland Garros. La sua favola di queste tre settimane al Bois de Boulogne prende le mosse dalle qualificazioni, dopo i tentativi falliti del 2021, 2023 e 2025. Tre turni vittoriosi, poi il main draw che la vede prevalere su Zheng Qinwen, oro olimpico 2024 proprio su questi campi, Elise Mertens, Maria Sakkari, Diane Parry e infine due russe, Anna Kalinskaya e Diana Shnaider. Nove vittorie consecutive per trovarsi, da lunedì, ufficializzare numero 21 del mondo. E con un futuro prossimo da inventarsi via via, a cominciare da Wimbledon, dove teoricamente dovrebbe ripartire dalle qualificazioni: ma forse adesso l’All England Lawn Tennis and Croquet Club avrà un occhio di riguardo nei suoi confronti.


