Andrea Dinicognato del presidente della Lombardia Attilio Fontana, in qualità di amministratore delegato della ‘Dama Spa’ è indagato dalla Procura di Milano nell’ambito di una indagine per caporalato. Lo si legge nell’atto con cui è stata disposta dal pm Paolo Storari il controllo giudiziario della stessa Dama e di ‘Aspesi’, noto marchio della moda.
“Chiedete a mio cognato” che “sicuramente dimostrerà la propria innocenza come ha fatto in precedenti episodi nel quale è stato coinvolto. Mi chiedo la strumentalità della domanda e dell’abbinamento del mio nome con quello del dottor Dini, che è titolare dell’azienda nella quale io non ho alcuna parte”. Così il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana sull’indagine del cognato. “Prendo atto del fatto che più che sapere le cose – ha aggiunto parlando con i cronisti a Palazzo Lombardia -, volete cercare di mettere sempre un pizzico di veleno”.
Una politica di impresa in cui sarebbero stati “effettuati costantemente audit e visite presso i fornitori dove era in atto lo sfruttamento lavorativo e finalizzati solo alla verifica della qualità del prodotto rimanendo invece ciechi nei confronti di tutti gli aspetti inerenti la sicurezza sul lavoro”. Lo scrivono i pm di Milano Paolo Storari e Daniela Bartolucci per spiegare il motivo per cui hanno disposto, in via d’urgenza, il controllo giudiziario di Alberto Aspesi &C e Dama spa la società che rappresenta il marchio Paul& Shark e hanno indagato per caporalato i loro amministratori delegati, Francesco Umile Chiappetta e Andrea Dini, ei tre titolari cinesi di un opificio a Garbagnate Milanese. Il provvedimento di stamane si distingue da quelli con cui la sezione misure di Prevenzione del Tribunale milanese ha nominato un amministratore giudiziario da affiancare al management, non indagato, della Giorgio Armani operazioni, di Dior, di Valentino e di altre griffe che avrebbero agevolato “colposamente” lo sfruttamento di manodopera in nero, in quanto non avrebbero vigilato sulle capacità tecniche delle aziende appaltatrici le quali a loro volta avevano esternalizzato il lavoro. Nel caso di oggi, simile a quello che riguarda Tod’s, il pubblico ministero ha scelto di procedere d’urgenza, salvo poi attendere la convalida di un gip, ed ha contestato il caporalato diretto perché le società avrebbero accettato “lo sfruttamento dei lavoratori” in nero “come modalità di produzione”, in tutto circa 45 persone. Per esempio, è risultato dagli accertamenti, Aspesi &C e Dama “sono assiduamente presenti presso l’opificio, dove, lo si ricorda, era affisso un cartello indicativo dell’orario di lavoro (8 -22)”, cosa per cui “pare francamente difficile escludere il dolo delle figure apicali”.
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