Se consideriamo che un film verrà L’alba dei morti dementila geniale commedia horror realizzata da Edgar Wright nel 2004 nonché il primo capitolo della cosiddetta “trilogia del Cornetto”, il primo elemento che ci torna in mentre è il brillante approccio parodistico verso le pellicole zombie e dei temi che ne hanno caratterizzato il genere. Tuttavia il film nasconde un lato che sembra emergere con maggior forza solo col passare de tempo e, a distanza di più di vent’anni si rivela in grado di spezzarci il cuore. Ma facciamo un passo indietro.
L’alba dei morti dementi si rivela oggi più che mai per la sua vera natura, ovvero quella di una riflessione sorprendentemente amara sull’età adulta, sulle occasioni sprecate e sulla paura di cambiareed è proprio questo il segreto che ha permesso al film di attraversare oltre due decenni senza perdere un grammo della sua forza. Se molte commedie horror dei primi anni 2000 oggi portano inevitabilmente figlie della loro epoca, il film di Edgar Wright continua a funzionare perché ogni scena, ogni battuta e ogni dettaglio hanno uno scopo preciso dove nulla viene lasciato al caso e perfino le gag apparentemente più leggere finiscono per assumere un peso specifico nel corso della storia. Ma facciamo un passo indietro.
Il protagonista Shaun, interpretato da Simon Pegg, è già “bloccato” molto prima che scoppi l’apocalisse zombie. Le sue giornate si ripetono identiche giorno dopo giorno: delude continuamente la fidanzata Liz (Kate Ashfield), passa ogni sera al Winchester insieme all’inseparabile Ed (Nick Frost) e rimanda qualsiasi responsabilità come se bastasse ignorarla per potersene liberare. In fondo, gli zombie arrivano soltanto per rendere evidente una situazione stantia che era già iniziata molto tempo prima.
Questa rimane probabilmente l’intuizione più brillante del film. Mentre i telegiornali parlano di misteriose aggressioni ei primi segnali del contagio compaiono ovunque, Shaun continua a vivere con il pilota automatico inserito, non accorgendosi di nulla e poiché troppo concentrato sulla sua routine. Sotto questo aspetto, l’epidemia sembra quasi una metafora del suo stato emotivo: prima ancora che il mondo venga invaso dagli zombie, tutti sembrano già versare in uno stato simile al sonnambulismo.
La scelta più intelligente messa in atto da Wright è probabilmente quella di non trasformare mai Shaun in un improbabile eroe d’azione. Questo rimane infatti un uomo qualunque che cerca disperatamente di rimettere insieme la propria vita mentre il mondo gli crolla intorno. Più che un film sugli zombie, L’alba dei morti dementi diventa così la storia di qualcuno che realizza troppo tardi di essere diventato adulto senza esserne mai stato davvero preparato. Un aspetto destinato tuttavia destinato a cambiare nel corso degli anni.
Nel 2004 erano soprattutto le scene più esilaranti a rimanere impresse nella mente, tuttavia a rivederlo con gli occhi di oggi sono invece, sono i momenti più intimi e toccanti a lasciare il segno. Il rapporto con la madre Barbara (Penelope Wilton), ad esempio, assume un peso completamente diverso, così come quello con il patrigno Philip (Bill Nighy). Inizialmente sembra soltanto l’ennesimo adulto fastidioso con cui Shaun non riesce ad andare d’accordo, ma il film finisce per mostrarci un uomo profondamente solo, che ha sempre cercato di costruire un legame con il figliastro senza riuscirci.
Allo stesso modo, anche il personaggio di Ed cambia completamente prospettiva con il passare degli anni. Da semplice spalla comica diventa il simbolo della paura di essere lasciati indietro. Dietro le sue battute e il suo atteggiamento infantile si nasconde infatti il timore che la crescita di Shaun possa significare anche la fine della loro amicizia. È una malinconia sottile, quasi impercettibile se avete visto il film alla sua uscita, ma che rimane impossibile da ignorare quando lo si guarda con occhi pienamente adulti.
Insomma, più passa il tempo, più ci si rende conto che Edgar Wright con L’alba dei morti dementi non stava raccontando soltanto un’apocalisse zombie, ma qualcosa di ben più universale e che presto o tardi ha toccato ognuno di noi, ovvero l’inesorabile momento in cui ci svegliamo e scopriamo che la vita è andata avanti mentre noi eravamo troppo occupati a restare fermi ea indugiare in una solo apparentemente rassicurante routine.
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