Gina Lollobrigida è morta il 16 gennaio 2023 a novantcinque anni ed è stata una delle più indimenticabili e celebrate star del cinema italiano. Per la sua sensualità e femminilità estrema.
Ha meritato statua, citazioni, omaggio. Nel film – divertentissimo – The Commitment, il trombettista Joey “The Lips” Fagen chiamava la sua tromba Gina, perché quando la suonava pensava ai capezzoli della Lollobrigida, ed era questo il primo must che insegnava ai suoi allievi. E con aneddoti come questo si potrebbe continuare fino a riempire un libro.
Chi era Gina Lollobrigida
Gina Lollobrigida era nata a Subiaco nel 1927, ha lavorato con Humphrey Bogart, Frank Sinatra, Errol Flynn e Rock Hudson, era stata tra le attrici più fotografate al mondo negli anni Cinquanta e Sessanta. Con una capacità imprenditoriale non così scontata per l’epoca, la Lollo – come era soprannominata dai suoi fan italiani, aveva trasformato la sua immagine in un’icona globale del cinema italiano che valeva miliardi consolidando poi la sua fama a tutto tondo.
Era anche fotografa, scultrice e pittrice, collezionista — una delle poche star del suo tempo che aveva costruito un’identità artistica che andava oltre il proprio volto.
Ma quello che è accaduto negli ultimi anni della sua vita è una storia diversa, più buia, che ha i contorni di un film noir italiano anni Settanta: un patrimonio milionario che scompare, un figlio che lotta per proteggere la madre, un uomo molto più giovane che si definisce marito, un manager di fiducia finito sotto processo. Gina Lollobrigida: Diva Contesa, la prima docu-serie originale italiana di HBO Max, disponibile da in tre episodi distribuiti in contemporanea, prova a mettere ordine in questa storia. E ci riesce, almeno in parte.
Il caso: figli, mariti (e mariti presunti), manager
Al centro della docu-serie c’è infatti non la vita dell’attrice ma la battaglia legale per il suo patrimonio, stimato tra i 10 ei 20 milioni di euro, con fondi che secondo alcune ricostruzioni potrebbero essere stati trasferiti in gran segreto a Panama.
I protagonisti della disputa sono tre: il figlio Milko Skofic, nato dal suo unico matrimonio con il medico cecoslovacco Mirko Skofic; Francisco Javier Rigau, l’imprenditore spagnolo di trent’quattro anni più giovane di lei che nel 2010 aveva dichiarato di averla sposata segretamente a Roma — matrimonio che la Lollobrigida in persona aveva sempre negato distribuzione anche nel corso di alcune trasmissioni televisive — e che è stato poi condannato per bigamia; e Andrea Piazzolla, il manager e assistente personale che ha gestito la sua vita per anni e che nel 2023 è stato condannato in primo grado a tre anni di reclusione ea un risarcimento di mezzo milione di euro per circonvenzione di incapacità e sottrazione di beni.
Piazzolla ha sempre dichiarato la propria innocenza e ha presentato appello: la vicenda giudiziaria non è ancora definitivamente chiusa. La docu-serie dà voce a tutti i protagonisti — Rigau, Skofic, Piazzolla e il nipote Dimitri — oltre ad analizzare gli atti giudiziari e includere registrazioni audio inedite. È un approccio che evita la semplificazione e lascia allo spettatore la libertà di giudizio, il che in un genere spesso scivola verso la spettacolarizzazione è già un merito.

Il ritratto dell’artista
La docu-serie non è solo cronaca giudiziaria. Il regista Graziano Conversano alterna il racconto del caso legale al ritratto della donna e dell’artista: la carriera cinematografica internazionale, l’amicizia con Salvador Dalí, le fotografie realizzate in giro per il mondo, le sculture. È il tentativo di non ridurre Lollobrigida alla sua vicenda finale, di restituire la complessità di una figura che per decenni è stata molto più di un’icona di bellezza.
È anche, inevitabilmente, un ritratto della fragilità che accompagna la vecchiaia anche quando si è stati straordinariamente forti, ricchi e famosi. La nomina di un amministratore di sostegno nel 2019, le battaglie legali negli ultimi anni di vita, la sovraesposizione mediatica di una donna di novantatré anni: tutto questo entra nella docu-serie con una discrezione che non sempre il genere riesce a mantenere.

Il ritardo cronico dell’Italia con le sue dive
La scelta di HBO Max di produrre la prima docu-serie originale italiana su Gina Lollobrigida dice qualcosa di significativo, e non particolarmente lusinghiero per il sistema culturale italiano. Gina Lollobrigida è morta ormai tre anni fa. La Rai, che avrebbe avuto ogni ragione e ogni risorsa, anche in termini di materiale di archivio per raccontare questa storia — l’icona del cinema italiano, la vicenda giudiziaria che ha tenuto banco per anni — non lo ha fatto. Anche se bisogna ricordare i due speciali andati in onda proprio in occasione della sua morte su Rai Cultura, una parentesi vista da pochissimi.
Ci ha pensato una piattaforma streaming americana, alla sua prima produzione originale italiana.
Non è un caso isolato. L’Italia ha un rapporto complicato con le proprie icone culturali: le celebrano intensamente quando sono in vita e in forma, le dimenticano nelle fasi difficili, le riscopre spesso tardi e in modo affrettato. Sofia Loren ha avuto il suo film Netflix. Gina Lollobrigida ha oggi la sua docu-serie HBO Max. Le dive del cinema italiano del dopoguerra stanno diventando soggetti per le piattaforme internazionali, non per il sistema culturale che le ha prodotto.
Diva Contesa è un prodotto ben fatto, necessario, arrivato a tre anni dalla morte con un ritardo che non è solo editoriale ma culturale. Vale la pena vederlo, anche solo per ricordare chi era Gina Lollobrigida prima che la sua storia diventasse una questione giudiziaria.


