Nel gennaio del 2011, su NBC debuttava Il Capouna serie supereroistica che sembrava arrivare nel momento giusto e con le intenzioni migliori. Creata da Tom Wheeler e interpretata da David Lyons, raccontava la storia di Vince Faraday, un poliziotto incastrato per un crimine che non aveva commesso, dato per morto e costretto a reinventarsi come vigilante mascherato. A salvarlo era una compagnia circense che, dietro le quinte, viveva anche di furti e colpi spettacolari: da loro Faraday imparava acrobazie, illusioni e tecniche da funambolo, trasformando un mantello in un’arma simbolica contro il crimine.
Sulla carta, The Cape era un omaggio dichiarato al fumetto classico, un’idea di supereroe più artigianale e teatrale, lontana dai miliardi di dollari e dagli effetti digitali iperrealistici. Il problema è che il pubblico del 2011 stava guardando altrove. Erano gli anni in cui l’MCU stava ridefinendo il genere e in cui il realismo di The Dark Knight aveva alzato l’asticella delle aspettative. In quel contesto, la dimensione volutamente rétro di The Cape appare fuori sincrono, quasi anacronistica.
Nonostante un debutto dignitoso, con oltre 8 milioni di spettatori, gli ascolti iniziarono a calare rapidamente. Episodio dopo episodio, l’interesse si affievolì, fino a portare la rete a una decisione drastica: la cancellazione prima ancora della conclusione della prima stagione. Ma non finì lì. Il vero affronto arrivò quando NBC scelse di non trasmettere in TV il finalerelegandolo online, come se la serie dovesse scomparire senza lasciare traccia. Un trattamento che oggi sembra impensabile, ma che all’epoca era una pratica più comune di quanto si voglia ricordare.
Eppure, proprio quando The Cape sembrava destinata a essere dimenticata per sempre, accadde qualcosa di inatteso. Poche settimane dopo la sua cancellazione, Comunità mandò in onda uno degli episodi più celebri della sua storia, “Paradigmi della memoria umana”. Tra gag meta-televisive e finti flashback, Abed si rivelava ossessionato proprio da The Cape. In una scena diventata leggendaria, Jeff commentava cinicamente che la serie sarebbe durata “tre settimane”, spingendo Abed a rispondere con una frase destinata a entrare nella storia della TV: “Sei stagioni e un film!”.
La battuta era una presa in giro, ma anche qualcosa di più. Era una riflessione ironica sulla precarietà delle serie televisive e sul rapporto quasi affettivo tra pubblico e prodotti culturali. Il paradosso era evidente: Il Capo era già morta, ma da quella morte nasceva uno slogan immortale. Da quel momento, “Sei stagioni e un film” smise di essere una semplice gag e diventò il grido di battaglia dei fan di Community, un mantra ripetuto ad ogni rischio di cancellazione, a ogni stagione in bilico.
Negli anni successivi, Comunità non fece che alimentare il mito. Keith David, che in The Cape interpretava il carismatico Max Malini, entrò nel cast della sitcom, arrivando persino a negare ironicamente di aver mai preso parte a quella serie. In un episodio successivo, Abed incontrava una versione alternativa di sé proveniente da un universo in cui The Cape era arrivato addirittura alla terza stagione. Un gioco meta-narrativo che trasformava il fallimento di una serie in un universo di possibilità comiche.
Il destino di Comunità, a sua volta, sembrava voler dimostrare la forza profetica di quella battuta. La serie sopravvisse a cancellazioni, cambi di showrunner, passaggi di piattaforma ea un’esistenza sempre sul filo del rasoio, fino alla conferma del film che avrebbe finalmente completato la promessa. Nel frattempo, The Cape rimaneva sullo sfondo, quasi un fantasma della TV, ricordata più per ciò che aveva ispirato che per ciò che era stata.
Rivista oggi, The Cape appare come un esperimento sfortunato ma emblematico di un’epoca di transizione. Non è diventata un cult, non ha avuto il tempo di reinventarsi, ma ha lasciato un segno profondo nel linguaggio della cultura pop. E non è poco: poche serie possono dire di essere durate appena dieci episodi e di aver comunque contribuito a creare uno dei meme più longevi e riconoscibili della storia della televisione.
A volte, il vero successo non sta nella longevità, ma nell’impatto imprevedibile che una storia riesce ad avere altrove. E Il Capo, senza volerlo, ne è la prova più ironica.
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