Con RIP, presentato in anteprima ad Alice nella Città, i registi Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis firmano un esordio sorprendente: una commedia che affronta il tema della morte con leggerezza, ironia e poesia. Prodotto da NVP STUDIOS – Gruppo NVP SpA, il film si muove tra realismo e dimensione fantastica, costruendo un tono originale che alterna umorismo e malinconia.
Tra ironia e rinascita
Protagonista è Leonardo, autore di necrologi cinico e disilluso, costretto a fare i conti con la propria vita quando incontra un gruppo di fantasmi vitali e imprevedibili — tra cui il padre, tornato giovane e smemorato. La ghost story diventa così una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla possibilità di ricominciare.
Il film si regge su un ensemble compatto — Augusto Fornari, Giulia Michelini, Valerio Morigi, Nina Pons, Maurizio Bousso, Caterina Gabanella, Simone Montedoro, Ernesto Mahieux, Antonio Catania — che contribuisce a un equilibrio tra realismo e visionarietà. La colonna sonora di Daniele Silvestri e del collettivo Klangore accompagna il racconto con toni sospesi e luminosi, sottolineando la doppia natura del film: ironica e commovente, terrena e ultraterrena.
Il linguaggio visivo di RIP
Uno degli aspetti più affascinanti di Pellicola RIP è il suo equilibrio tra realismo e dimensione fantastica. I registi D’Ambrosi e De Santis costruiscono un mondo dove l’ordinario convive con l’invisibile, e dove la quotidianità si apre a riflessioni metafisiche. Questa commissione di registri permette al film di assumere un tono unico nel cinema italiano contemporaneo, capace di emozionare e divertire allo stesso tempo. La scelta estetica, sospesa tra realtà e sogno, rafforza il messaggio centrale della storia: la morte non è una fine, ma una trasformazione che può essere guardata con curiosità, tenerezza e un sorriso.
L’importanza dei legami umani
Oltre al tema della morte, Pellicola RIP di Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis esplora con profondità il valore delle relazioni e dell’empatia. I protagonisti, immersi in situazioni surreali e al limite tra vita e aldilà, scoprono che la vera salvezza risiede nei legami autentici, nella capacità di ascoltare e comprendere l’altro. Il film, con il suo tono ironico e malinconico, trasmette un messaggio universale: anche di fronte alla perdita, l’amore e la connessione umana restano le forze più potenti. Questa prospettiva rende Pellicola RIP un’opera dal forte impatto emotivo, capace di parlare al pubblico più giovane e agli amanti del cinema italiano d’autore.
Abbiamo fatto due chiacchiere con una delle due firme registiche, Santa de Santis per parlare del film.
– Come è stato dividere quest’esperienza con Alessandro D’Ambrosi?
“Lavoro con Alessandro D’Ambrosi da 20 anni.Siamo cresciuti insieme, artisticamente e professionalmente.
Fin da subito abbiamo costruito un rapporto sinergico, una capacità di comunicare a diversi livelli e una metodologia di lavoro comune.
Siamo simili, entrambi molto appassionati, attenti e stakanovisti. Abbiamo trovato il modo, attraverso una preparazione accurata durante la pre-produzione di questo film (come di tutti gli altri nostri precedenti lavori), di confrontarci e individuare soluzioni che rendono le riprese snelle e veloci. Quando arriviamo sul set è già tutto molto chiaro, parliamo poco perché abbiamo parlato tanto prima. Ogni membro della troupe e del cast sa esattamente cosa fare, come farlo e in quanto tempo. Abbiamo sempre uno storyboard molto accurato, che in questo caso è stato magistralmente realizzato da Giordano Saviotti, che ci permette di girare esclusivamente quello che sappiamo che poi monteremo e soprattutto che ci regala quei paletti all’interno dei quali poter improvvisare, come scelta e non come necessità, e lasciare fluire la creatività.
Ogni lavoro diventa un viaggio, un’esperienza indimenticabile che condividiamo con tutti i professionisti che lavorano con noi, con i quali spesso si stabiliscono rapporti umani duraturi e strettissimi. Anche su RIP è andata così”.
– È un film che parla di disillusione, di solitudine. Che sceglie l’arma dell’ironia. Quanto è urgente oggi trattare certe tematiche?
“E’ più che urgente. Credo che la solitudine sia la malattia di questo secolo. Siamo sempre connessi ma non siamo mai veramente in relazione con l’altro. I social dovrebbero avvicinare chi è lontano ma finire per allontanare chi è vicino. Ci restituiscono un’immagine falsata della vita degli altri, ci costringono continuamente al confronto. Non siamo veramente in ascolto, né di noi stessi né tantomeno dell’altro. La disillusione è alle porte quando poi siamo costretti a vivere la vita vera e l’ironia è la migliore medicina.
È un film che parla di solitudini, si, ma a tutti i personaggi di questa avventura corale è offerta una extra-ordinaria seconda possibilità: di rinascita, di occasioni per ritrovare l’altro e se stessi, per tornare a credere nell’essere umano. Il nostro protagonista vive una trasformazione: da solo e disilluso diventa empatico e con una rinnovata speranza nella vita e nel futuro”.

– L’ironia è ancora l’arma che più di tutte ci consente di raccontare gli aspetti più complicati della nostra esistenza?
“L’ironia è l’unica arma che abbiamo contro la reticenza all’ascolto di temi delicati e complessi. E’ l’unico modo per abbattere il muro della paura. Tutte le nostre produzioni sono caratterizzate da un linguaggio ironico e dissacrante, che favorisce l’immedesimazione profonda nella storia. Trattare con leggerezza argomenti “pesanti” fa arrivare il messaggio alla pancia del pubblico. Attraverso l’uso della comicità lo spettatore è posto alla giusta distanza “di sicurezza” per accettare senza resistenze di vedere rappresentati temi estremamente intimi e vicini a tutti noi, universali, come in una moderna favola gotica. In RIP però la comicità e l’ironia irriverente si mescolano ad una punta di malinconia, facendo coesistere all’interno del film una pluralità di generi e atmosfere Lo abbiamo visto in questi primi giorni di programmazione in sala, negli occhi lucidi degli spettatori, che ridono e si commuovono”.
– La commedia affronta inoltre in un pianoforte interconnesso il tema della morte e della vita. Che significato hanno oggi queste due parole?
“Posso dirti quello che significano per me. Anzi, ti rispondo con qualche battuta del film
“E’ la fine a dare un senso alla nostra esistenza. Senza una conclusione nulla ha più significato” recita la strega, interpretata dalla meravigliosa Giulia Michelini.
“E fattela na risata che magari domani te svegli sotto n’cipresso”
“La vita è un mozzico, addentala”.
Così il fantasma del padre ammonisce il nostro protagonista É un film questo che, attraverso la morte, vuole parlare della vita. Del coraggio di vivere tanto le gioie quanto i dolori”.
Sicuramente oggi siamo meno attenti al valore dei legami familiari rispetto a qualche tempo fa. Ma solo perché, in generale, la capacità di ascolto è drasticamente diminuita e dedichiamo meno tempo agli affetti. Ci sono tanti stimoli in più, tante possibilità in più, che ci “distraggono”, ma credo anche che il valore del legame familiare sia inscritto nei geni, che sia profondamente radicato nell’essere umano. Appena rallentiamo dai ritmi frenetici a cui siamo costretti, il pensiero va subito lì, alle persone con cui siamo cresciuti, che prima che arrivasse il momento di affacciarsi al mondo, sono stati la nostra unica realtà. Dovremmo rallentare più spesso. E’ proprio questo l’invito che RIP fa al pubblico.
Questo è un tema delicato che abbiamo indagato più di una volta nei nostri lavori. I legami familiari ci condizionano per tutta la vita. Dovremmo prendercene cura.
Nel film il fantasma del padre riappare al protagonista giovane, estroverso e senza nessuna memoria della sua vita da genitore, assente e anaffettivo.
Chi non ha immaginato, almeno una volta, di poter incontrare i propri genitori da giovani, magari alla nostra stessa età, prima che il ruolo di padri e madri cambiasse inevitabilmente le loro vite e, ovviamente, influenzasse il legame vissuto con ognuno di noi “figli”. Chi non si è mai chiesto se saremmo diventati loro amici.
Solo quando realizziamo che i nostri genitori, prima di essere tali, sono esseri umani con le loro fragilità e debolizze, riusciamo a perdonarli per gli errori che inevitabilmente commettono. E solo in quel momento siamo liberi di essere ciò che siamo, senza dover continuamente dimostrare di meritare il loro amore. Se loro non sono perfetti, anche noi possiamo non esserlo.
– Qual è l’aspetto che, più di tutti, si aspetta rimanere impresso nella mente degli spettatori?
“Dopo questo primi 10 giorni di proiezioni, ho realizzato che la fruizione di questo film è particolarmente soggettiva.
Non saprei quindi cosa aspettarmi perché all’uscita dal cinema sono stati diversi gli aspetti e le tematiche del film che hanno toccato gli spettatori.
Posso dirti però cosa vorrei che restasse nel loro cuore. Un invito a vivere la vita a pieno, a collezionare tanti momenti di eternità: quei momenti che ci permettono di essere nel qui e ora, senza pensieri sul passato e preoccupazioni per il futuro che inquinano la nostra percezione del presente”.


